Non Parlare Al Conducente

Come ogni giorno, feriale o no, da 11 anni, mi accingo a salire sull’autobus che conduco, pronto per iniziare il mio turno.

6 ore e mezza dopo comincio l’ultima corsa della giornata. Sono stanco e non vedo l’ora di tornare a casa da mia moglie e dalle mie figlie. Non perchè abbia una particolare voglia di vederle, ma perchè ho bisogno di stare in un ambiente più tranquillo, meno stressante.

18:04

“Conducente, scusi, mi sa dire a che fermata posso scendere per prendere la coincidenza con il 45?”

“Ehm…guardi signora non glielo saprei dire…rischierei di mandarla fuori strada. Provi a chiedere a qualche passeggero, forse qualcuno deve prendere lo stesso..”

“Certo che siete davvero disorganizzati, caspita, se non sapete neanche queste cose…”

«Brutta lurida, come cazzo ti permetti? È tutto il giorno che faccio avanti ed indietro sempre la stessa strada. Mi dispiace se non conosco tutti gli incroci di tutti gli autobus della zona, forse non li ho imparati perchè ero impegnato a scarrozzare i vostri patetici culi per tutta la città. Ma di certo questo a te non interessa, perchè devi arrivare in tempo a casa, altrimenti ti perdi l’inizio de “L’Eredità”»

“Mi spiace signora, spero trovi qualcuno che le possa dare informazioni.”

18:13

L’autobus è talmente pieno che faccio fatica a farlo partire.

Ad una fermata, le porte centrali non si aprono per la troppa calca. Subito arriva il coro di due voci, la donna 40enne ed il ragazzino che urla per le cuffie che ha nelle orecchie:

“Apre la porta?!?!?”

“Dovreste farvi un pò indietro, altrimenti, anche se provo, la porta non si apre.”

Il mio consiglio viene ignorato e la risposta mi arriva in forma di urli confusi e di lamentele.

«Mandria di teste di cazzo. Le righe gialle vicino alle porte, credete siano soltanto una decorazione? Cristo, io qui ci lavoro. Pensate che io vi voglia tenere come ostaggi? Non vedo l’ora che scendiate così vi levate dalle palle»

“Si si, ora risolvo…”

Dopo essere riuscito ad aprire una delle due porte, poi spalancata a forza dai passeggeri, mi devo anche sorbire anche gli insulti di quelli che non riuscivano a scendere.

18:17

La vettura comincia a svuotarsi. Subito dopo essere ripartito da una fermata, mi fermo ad un semaforo rosso, appena più avanti. Lì, un ragazzo, comincia a bussarmi alla porta d’entrata anteriore. Io però non gli apro e riparto.

Alla fermata successiva, questo stesso ragazzo, che ha inseguito l’autobus, prendendo quello subito dietro, risale.

“Ma perchè non mi hai aperto, ma che ti costava? Ma stavi a 10 metri dalla fermata, imbecille! ma fammi andare in fondo sennò ti riempio di insulti.” Subito, cerca cosnenso fra le vecchie nel retro, che gli danno ragione, continuando a parlar male di me.

«Idioti. Non posso aprirvi, lo dice il cazzo di regolamento. Avete presente quei buontemponi dei controllori? quelli che vi fanno cagare sotto perchè non avete il biglietto? E che vi fanno scendere appena li vedete? Su quei blocchetti che hanno, scrivono se io trasgredisco a qualche regola, e se apro a qualcuno di voi, troppo impegnati per presentarvi alla fermata 5 minuti prima di quando dovete uscire, quelli fanno rapporto, e poi mi aprono il culo.»

18:32

Oramai sull’autobus ci sono solo 4 persone, e mancano 3 fermata. Così poche , che mi sembra impossibile che qualcuno debba scendere, se non al capolinea.

Saltata una femrata da me ritenuta inutile, sento una voce tremante, dal centro dell’autobus.

“Dovevo scendere, non c’era una fermata lì??”

Esasperato, mi giro e rispondo piccato

“Ma se nessuno prenota la fermata, io passo avanti. I tasti ci sono per quello eh??”

Girandomi vedo una povera ragazzina, che avrà avuto 16 anni…e mi scuso per la mia maleducazione, accostando 50 metri dopo la fermata mancata. Fortunatamente, proprio davanti a casa sua. E lei mi ringrazia, ancora spaventata dall’urlaccio di prima.

18:41

Manca solo una fermata. C’è l’ho quasi fatta. Un minuto prima di arrivare al capolinea, un signore sulla cinquantina mi fa una domanda.

“Posso chiederle una cosa, buon uomo? Com’è fare questo lavoro?”

Distrutto non rispondo. Alzo la mano, cercando, con il dito, il cartello con su scritto “Non parlare al conducente”. Ma non la trovo. Non c’è più, l’hanno tolto da due anni.

A quel punto capisco che tutto, compreso il mio lavoro, mi ha voltato le spalle.

Sconsolato, scendo, firmo il programma, lascio la divisa nel gabbiotto e me ne vado. Salendo sull’autobus di un collega.

Ma con un sorriso accennato sulle labbra, sapendo che, pur avendo il biglietto, non lo timbrerò.

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Una Risposta to “Non Parlare Al Conducente”

  1. Aspetto Marco della Sardegna, io!

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