Train De Vie

Buio pesto. Sembra mezzanotte, invece sono le 6 e 30 di mattina. Maledetta ora solare, non si può prendere un treno di mattina presto, che si deve uscire senza neanche un filo di sole. Arrivato alla stazione, mi diletto a guardare la condensa del mio respiro, visto che non c’è molt’altro da fare. Aspetto il treno seduto su una panchina, incrociando lo sguardo di due poveri senzatetto che provano a riposare nel binario di fronte. Prendo il loro dito medio come un augurio di buon viaggio e salgo sul vagone.

Travolto dalla calca, provo a vedere se c’è posto nel piano rialzato, ma visto che questo non avviene, mi blocco sulle scale. Mi ritrovo a dover fronteggiare un contrasto fra l’odore acre del piano rialzato, occupato quasi totalmente da deliziosi soggetti da riformatorio, e quello stantio, di valigetta, del piano di sotto, popolato da giovani manager, troppo ben vestiti per sprecarsi a prendere il treno per la loro destinazioni, ma non abbastanza ricchi per poter andare all’aeroporto con un taxi. Questi freschi rampolli della nostra classe dirigente si alternano sporadicamente a giovani ragazzi di periferia, seduto con la testa bassa, forse perchè resa troppo pesante dai piercing sulla faccia, che gli rende impossibili il sollevarla sullo schienale.

Dopo la prima fermata ne approfitto per scendere e trovare un posto libero. Provo prima a infilare il mio bagaglio nello spazio fra le poltroncine, ma ovviamente non entra. Ripresomi da questa lieve ma significativa figura di merda, mi siedo tenendo la mando sul bagaglio che devo porre vicino lo scalino.

L’unica cosa che mi trattiene dallo sbuffare sonoramente è la vista di una ragazza. Troppo carina e posata per trovarsi a suo agio lì. Il suo sguardo si posa su di me per un secondo, come su un dettaglio di un quadro che subito si dimentica.

Per qualche motivo ora il mio viaggio diventa meno noioso: cerco di non fare facce strane, di mettere la mano davanti alla bocca quando sbadiglio, di non scaccolarmi, per non fare brutta figura davanti a lei. Pur sapendo di non avere possibilità di conoscerla senza sembrare un maniaco. Sovrappensiero, vedo avvicinarsi una ragazza di chiare origini gitane, intenta a passare per scendere dal treno. Inconsciamente sposto la valigia.

Mentre mi chiedo se con quel gesto sono sembrato un razzista, noto con sgomento che quella ragazza non c ‘era più.

In quel momento mi sentii abbandonato. Solo come il testicolo di Lance Armstrong.

Nulla rendeva più il mio viaggio interessante. Ci prova un mezzo svitato, che con accento dell’Europa dell’est, ci parla della parola di Gesù. Le facce divertite e un pò stupite degli altri passeggeri mi regalano un sorriso, ma nulla di più. Perchp dopo 20 minuti di discorso, tende ad essere un pò fastidioso. Quando scende urla “Sia Lodato Gesù Cristo!” togliendomi letteralmente le parole di bocca.

Mentre il treno si ferma all’aeroporto, vedo che sono in anticipo. Preferisco vedere scendere tutti gli altri dal vagone, non mi piace fare a gomitate.

Sceso, mi tiro dietro il mio trolley, alzo gli occhi verso l’alto: fra poco prenderò un aereo, mi farò un bel weekend a Bruxelles e non penserò più a queste cose. Non devo vergognarmi di quello che sono, di quello che faccio, di quello che penso delle altre persone.

In quel momento, L’epifania.

Sono felice di essere come sono. Ma preferirei comunque essere qualcun altro.

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