Una Di Quelle Giornate

È una di quelle giornate.

La sveglia suona. È “Rock ‘N’ Roll Ain’t Noise Pollution” degli Ac/Dc.
La adoro, ma è una di quelle giornate, quindi non vedo l’ora di spegnerla.

Accendo la luce e poggiando i palmi sul materasso, mi tiro su. Le mie palpebre non riescono ad aprirsi completamente e mentre mi guardo intorno, come se mi fossi appena svegliato da un anno di coma, tiro un lungo respiro col naso. Prima di scendere dal letto, procedo col mio rito quotidiano, di “scrocchiare” qualsiasi osso del mio corpo me lo permetta.

Mi alzo, ed il mio corpo coperto solo da delle mutande grigie, si trascina come un sacco di legna da ardere verso il bagno. Pur essendo solo a casa, chiudo a chiave. Mi appoggio con le mani sul muro dietro la tazza per pisciare, ma è una di quelle giornate e mi rendo conto che il mal di testa mi provoca quasi un senso di vertigine. Quindi, dopo aver scrutato nel bagno, come per cercare un qualche tipo di spia, mi siedo sul cesso ed appoggio la testa sul rubinetto.

Mi lavo le mani senza asciugarle, ed esco per fare una specie di colazione. Ma è una di quelle giornate, quindi la schiuma del cappuccino viene una merda. Lo bevo controvoglia davanti al computer, mentre cerco una qualsiasi notizia che possa darmi una parvenza di buonumore per la giornata.

Il cappuccino comincia a fare effetto e prima di andare ad espletare i miei bisogni fisiologici, scelgo il fumetto adatto da leggere in bagno, usando il massimo della concentrazione possibile.
Il prescelto risulta essere il numero 5 di “Black Butler”. E mentre sono seduto ed immerso nella lettura, accendo la radio, ma non avendo la forza di cambiare stazione, rimango fermo su Virgin Radio.

“Speriamo che non mettano una di quelle merdose canzoni che passano 4 volte al giorno…”

Ed ovviamente passa “21 Guns” dei Green Day.

“Oh cazzo…”

Esclamo, sapendo che nessun fumetto o mastodontica cagata riuscirà a togliermi dalla testa questa orribile lagna satanica. Mi vesto, perchè devo uscire. Cristo, devo uscire. Mi metto i jeans e la prima maglietta del cazzo che trovo, e come al solito, per pettinarmi, mi infradicio i capelli ed aspetto che si asciughino.

Esco e reagisco alla luce come O.J. Simpson reagì all’infedeltà della moglie. Devo andare a Piazza Venezia a vedere un’amica dell’università. Dio mio, tanta fatica per un incontro con una ragazza che non ci starà. È proprio una di quelle giornate.

Non ho mai avuto una sbronza, ma sono convinto che questa è l’esperienza più vicina che avrò.

Scelgo apposta la fermata del 63, dove passa solo un autobus, così potrò respirare l’odore del minor numero di persone possibili.
Mi siedo vicino al palo della fermata con il mal di testa che pulsa a ritmo con la musica del mio iPod. Non voglio né vedere, né sentire nessuno. Ma è una di quelle giornate, e proprio nel momento in cui sto provando ad espellere l’odio dal corpo, sospirando sonoramente, una signora anziana si avvicina chiedendomi.

“Scusa ragazzo, è già passato l’autobus?”

Alzo lentamente la testa per vedere se fosse seria. Rimango in silenzio per qualche secondo, guardandomi in giro, sperando di intravedere la figura di qualche mediocre presentatore televisivo, tipo Max Giusti, che mi dice che è uno scherzo, e sono su Rai Uno.

Mi gratto la testa e penso che sia un gesto estremamente maleducato non rispondere, quindi prendo coraggio e le dico:

“Si signora, ne sono passati un paio, ma erano troppo vuoti, quindi aspetto il prossimo per farmi esplodere”

Poco mi importa se abbia capito o no. L’autobus arriva, ed io mi siedo davanti, perchè è una di quelle giornate, e so che finirò comunque per odiare chiunque vedo attraverso il vetro, quindi preferisco farlo con la migliore visuale possibile.

“Dio mio, guarda quel coglione con il cane…ma non si vergogna? E quei due che si baciano…ma non è stagione di mononucleosi, cazzo? Ma vaffan- One, twenty-one guns, Lay down your arms”

Il mio soliloquio contro l’umanità, inframezzato con musica di merda viene interrotto da una voce femminile ma forte, con un forte accento marchigiano.

“Scusi, lei non dovrebbe lasciarmi il posto.”

Inghiotto a fatica il “Vaffanculo”, mi giro e vedo una signora sulla sessantina, talmente piena di gioielli che vendendola, lo spread si sarebbe dimezzato.
L’autobus è praticamente vuoto, ma è una di quelle giornate ed allora la signora ha deciso di rompere il cazzo solo a me.

“Perchè dovrei, scusi? È pieno di posti liberi.”
“Ma io mi trovo meglio in quello davanti.”

Gesù Cristo, Roma è bellissima, se non ci vivi.
Il fumo comincia ad uscirmi dalle orecchie e preferisco non litigare, perchè è una di quelle giornate.
Scendo, ma il posto è di quelli sopraelevati, e la signora mi chiede:

“Ragazzo, fai il bravo, dammi una mano a salire.”

Sin da piccolo ho una fortissima fobia verso i gioielli (poi vi dico), quindi non avrei potuto aiutarla in ogni caso. Ma sarebbe troppo complicato da spiegare, quindi mi limito a dirle:

“Mi spiace, ma lei mi disgusta.”

Tutto è bene ciò che finisce bene.

Arrivo a Piazza Venezia, e vedo la mia amica. Si parla del più e del meno, e poi si passa anche alle cose serie, perchè non riesco ad essere banale se non con i miei amici.
Fa caldo ma non mi piace lamentarmi del clima, perché quando lo faccio mi immagino un tirannosauro che mi batte sulla spalla e poi mi manda a fanculo.

Il ritorno è ancora più frustrante dell’andata, perchè è una di quelle giornate.
Potrei raccontarvi del resto della giornata, di come sia andata, ma non avrebbe senso, perchè era una di quelle giornate. Che possono sembrare cattive, ma che spingono sempre in avanti.
In fondo esistono sempre due punti di vista per ogni storia. Non ci credete? La madre di Bambi era antisemita.

È una di quelle giornate.
Una di quelle giornate in cui arrivi alla fine e prima di spegnere la luce, per addormentarti pensi:

“Dio mio….sono di cattivo umore da stamattina senza nessun apparente motivo. È possibile che mi ritrovi ad odiare tutto e tutti, mentre la mia vita non ha nulla di sbagliato. E se penso alle persone che hanno davvero un’esistenza schifosa. Come quelle del terzo mondo, povere. O le persone malate. Quelle che hanno davvero di che lamentarsi, ma non lo fanno. Perchè loro hanno forza. Una forza che io non avrò mai. Ma forse…forse questi pensieri…possono davvero farmi realizzare quanto sia fortunato. E quanto sia capriccioso e stupido da parte mia sprecare tutta questa fortuna tendendo il muso.
Posso davvero diventare una persona migliore. Finalmente posso dire di essere cresciuto, di aver imparato qualcosa, di aver-Do you know what’s worth fighting for? When it’s not worth dying for?

“…………..”

*Click*

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15 Risposte to “Una Di Quelle Giornate”

  1. montales Says:

    dan, da quando sali sull’autobus alla fine è davvero scritto da Dio (montales)

  2. La scena della cagata con la musica è epica.
    E mi mancavi con i tuoi spezzoni di vita vera vissuta per finta. ;)

  3. Allora:
    1I) Io e te dobbiamo proprio vederci un giorno. Per parlare della consecutio temporum.
    2) Se ti appoggi con le mani al muro davanti alla tazza, e così facendo ti gira la testa, non è il mal di testa. E’ artrosi cervicale. (diagnosi possibile grazie a quello che ammetti al punto 4) )
    3) portarsi i giornaletti al cesso per cagare è un lusso che sconterai a quarant’anni, quando le emorroidi ti faranno scoprire nuovi e raffinati modi di soffrire.
    4) bagnarsi i capelli e non asciugarseli (te lo dice una che l’ha fatto tutta la vita) porta dritti all’acquisizione di una meravigliosa (punto 2) artrosi cervicale, il cui primo attacco invalidante potrà manifestarsi anche entro i venticinque anni.
    5) La scena dell’autobus, ma come ti permetti? Quella sono io. Io alla tua età. E anche alla mia, ancora. Il che è parecchio inquietante.
    6) Io comunque non mi sarei alzata. Avrei fatto finta che quella stronza fosse una mosca, un pidocchio, qualcosa di nauseabondo e semiinvisibile da cui bastasse staccare lo sguardo per dimenticarsene. E se quella avesse insistito, avrei piazzato la meravigliosa tua battuta conclusiva SENZA ALZARMI LO STESSO. Ma queste sono reazioni che ti vengono solo nella mezza età, forse.
    7) In quanto al discorso fatto prima di spegnere la luce: è possibile e come, Dan. Perché è tutto al contrario: sei tu che hai una forza che altri non hanno. Si chiama consapevolezza, è un peso ingombrante che ti porterai appresso tutta la vita, ma è tutto quello che hai e che ti rende quello che sei: un giovane, spinoso, adorabile sociofobico che è capace di vedere la realtà da punti di vista che gli altri volgari animali sedicenti senzienti manco si immaginano.
    Voto: otto e mezzo per la forma, Dieci per la sostanza. La profe ti saluta, e ti augura buona settimana.
    Un bacione.

    • …dunque…
      1) Come ho fatto a sbagliare la consecutio temporum? È tutto al presente :'(
      2)No è mal di testa, fidati. È una sensazione che (spero) voi donne non potete capire.
      3)Meglio ancora, avrò come ovviare al dolore.
      4)Ci penserò quando sarò anziano. Ne pagherò tante.
      5) <3
      6) a-ri <3
      7) a-tri <3

      Come sono andato prof.?

  4. Dai, ma non la passano più tanto spesso 21 Guns dei Green Day. Credo (ho smesso di ascoltare Virgin Radio da allora)

  5. Volevo solo dirti che mentre leggevo mi è caduto un litro di caffè sul pc.

  6. Quelle giornate ci saranno sempre e non ha molto senso avere anche da discutere col Sgt Hartman del proprio Super-Io che ti chiede “E tu che scusa hai?” per risolverle, alla fine passano da sole. :) Bisous, sperando che non sia una di quelle giornate anche oggi.
    PS: Mi son scordata, bel pezzo! ;D

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