A Me

(La grafica è di AMusoDuro)

Piacere, Dan. Al secolo, Daniele. Ma mi piace Dan. Ma anche Daniele.
Sono un pensatore.
Qualunque cosa io dica, scriva o pensi è unicamente frutto del mio cervello, senza nessun tipo di condizionamento esterno.

Nasco 22 anni fa in Calabria.
Il bellissimo bebè che ero, fu costretto, causa un grave problema ai piedi a subire nel suo primo anno di vita, un elevato numero di operazioni ed un ancora maggiore numero di applicazione di gessi a quelle deliziose e morbide gambette che si ritrovava.
Cosa che ritardò di qualche tempo il momento dei miei primi passi, ma rese considerevolmente più rumoroso il mio gattonare. (Oltre che ricoprirmi di cicatrici)
Fin da piccolo mi trovavo nella più classica delle situazioni familiari del Sud-Italia: un calorosissimo gruppo di persone, verso il quale provavo un affetto totalmente privo della concezione della parentela in senso moderno: le mie zie erano altre madri, i miei cugini, altri fratelli e sorelle, gli amici di famiglia erano parenti acquisiti.

Tutti si stringevano attorno a quel bimbo che tanto era stato sfortunato appena nato, tanto era stato fortunato nell’avere un cervello che, oltre ogni evidenza, si muoveva ad una velocità superiore rispetto a quello degli altri.

Ad 8 anni mi trasferisco a Roma per seguire mio padre, lì mandato per lavoro,cosa che creerà lo strappo con i miei parenti che mi porterà alla situazione attuale, in cui non ho mai avuto ben chiaro cosa vuol dire avere una famiglia al di fuori dei miei genitori e di mia sorella.

Nelle scuole passo i problemi che passano tutti, solo intervallate da altre, fastidiose operazioni che servono solo a mostrarmi fragile di fronte agli amici che provavo a farmi, e alle ragazze che provavo ad avvicinare, oltre che a minare di volta in volta la mia già carente condizione fisica.

Ogni cosa che ho fatto e non fatto mi ha portato, insomma, ad essere ciò che sono ora ed a pensare come penso ora.
Qualsiasi. Bella o brutta

Trovo lieve sollievo dallo sfiancante pensare, scrivendo e dicendo quello che mi passa per la testa, inizialmente per gioco, fra amici.
Poi su un sito, comincio a divertirtmi, e sento il bisogno di far leggere anche solo ad una persona, ciò che scrivo.
Poi questa persona se ne va.
Ed a me non viene altro in mente che aprire un triste e stupido blog, perchè non ho più nessuno.

La prima cosa che mi viene in mente è scrivere un breve intervento per ricordarlo. Non essere riuscito a fare di meglio mi abbatte, voglio riuscire a migliorare, a far capire ciò che penso, ciò che provo in una maniera migliore, così da potergli tributare ciò che gli spettava. Ciò che gli spetta.

Ci provo nuovamente l’anno dopo. Il risultato è migliore, sono più soddisfatto. Riproverò l’anno prossimo.
Man mano che continuo mi sento spinto a dar prova delle mie capacità di fronte alle persone che mi leggono, persone che stimo, persone che ritengo intelligenti.

Così comincio a esprimere ciò che realmente penso anche nella vita di tutti i giorni.
Mi dicono che sono strano, mi dicono che sono esagerato, mi dicono che sono schifoso, mi dicono che sono eccessivo.

Quello che quindi non sono riuscito a far capire è che io scrivo tutto ciò perchè, fondamentalmente, ho paura.

Ho paura della morte, ho paura della vita, ho paura del rapporto con le donne e col sesso, ho paura delle relazioni interpersonali e della solitudine, del dolore che posso ricevere o dare, ho paura di non riuscire a fare la differenza, come sono sicuro di poter fare.

Ma credo sia proprio merito di questa paura.
È merito di questa paura se io riesco a farcela.

È merito di questa paura, se io continuo ad andare avanti, in ogni senso.

È grazie a questa fottuta paura che, ogni notte, prima di addormentarmi, mi ritrovo con il cervello che non riesce a star zitto, provando in continuazione a fornirmi soluzioni che so già che non attuerò mai.

È grazie a questa paura che arrivo a pensieri come questi, che nella mia testa sono da me urlati e sbraitati contro una persona non meglio specificata, fino a che non mi rimane solo un filo di voce.

Ma questi pensieri mi lasciano una strana sensazione in testa.
Mai tranquillità, ma serenità.

La stessa serenità che, dopo una giornata di merda, solo stare sdraiato sul tuo letto ad ascoltare buona musica, ti può dare.

Grazie dell’attenzione,

Dan.
O Daniele, come cazzo vi pare.

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10 Risposte to “A Me”

  1. saper cogliere gli aspetti più esilaranti è grande e allo stesso tempo è doloroso… sale puro e mò te li bacio! :D

  2. Sì, è grazie a quella che tu chiami paura, ma che io intendo “impossibilità di far tacere quel marchingegno che sta dentro la mia scatola cranica collegato prodigiosamente a quell’altro che sta dentro la mia cassa toracica, né di giorno né di notte”, o consapevolezza che dir si voglia.
    Non è stata data in dotazione a tutti.
    E’ grazie a quella che tu chiami paura, ma è meglio dire ansia: ossia, energia psichica sovrabbondante.
    Cioè, una tua formidabile potenza.
    Grazie dell’attenzione che ci richiedi.
    Grazie della serenità che condividi con noi in questo tuo post. Grazie di tutto quello che condividi con noi nei tuoi post, sempre.
    Ah, per me, tu lo sai, non sei Dan né Daniele.
    Buona giornata, cactusino mio.

  3. Scritto col bisturi. Ci vedo più forza che paura.

  4. :-) meglio che tu non faccia troppo affidamento sulla mia intelligenza, Dan. Mi accontenterei di diventare un po’ meno stupido, ma i risultati sono spesso scadenti

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