what. – Bo Burnham

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Esatto, mi butto sulle recensioni. Siccome i film, i telefilm, i film porno ed i videomessaggi di Berlusconi erano già presi, cercherò di analizzare spettacoli di Stand-Up Comedy, tanto per variare un po’ sul tema.
E per consigliarvi qualcosa che mi piace, non si sa mai

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Bo Burnham è nato nell’Agosto del 1990, ed è diventato famoso a soli 16 anni quando ha cominciato a diffondere su YouTube delle canzoni/rap cantate col solo accompagnamento di una tastiera o di una chitarra nella sua camera da letto. Il suo successo lo portò prima a farlo cominciare ad esibirsi sul palco fino a firmare com la Comedy Central Records con cui ha pubblicato prima due album di canzoni (“Bo Fo Sho” e “Bo Burnham”), poi la sua prima performance in video (“Comedy Central Presents”, diventando il più giovane nella storia a parteciparvi) ed infine il suo primo special (“Words, Words, Words” nel 2010).

Nel 2013 ha creato la sua prima serie Tv “Zack Stone is Gonna Be Famous” ma lo show ha avuto poco successo ed è stata cancellata dopo una sola stagione andata in onda su MTV.

Ma il successo di Burnham non accenna a fermarsi. (Il suo manager è Dave Becky, lo stesso di un certo Louis C.K.)

La sua ultima fatica è lo special intitolato “what.” uscito il 17/12/2013, gratis sul suo profilo YouTube e su Netflix. (Lo spettacolo lo potete vedere qui), che è quello che recensirò in questa gloriosa giornata.

Burnham è un comico con uno stile indefinibile: scrive canzoni accompagnandosi suonando il pianoforte, la tastiera o tracce registrate, alterna one-liners a sketch assolutamente random (Poesie o haiku non-sense).

L’unico filo conduttore è l’uso spasmodico dell'”Anti-climax”: Burnham, anche se dall’alto di una giovane età, ripete continuamente di essere un comico diverso dagli altri e cerca di rovesciare le regole della comune comicità e lo fa utilizzando un numero altissimo di anti-jokes, sia nelle sue battute, sia nella sua musica (“LET’S ROCK! No…” 12:09).

Ma se in “Words, Words, Words” il suo primo special registrato, lo schema di alternanza Canzone/one-liners/canzone/sketch era abbastanza definito, in “what.” Burnham cambia ancora i giochi, usando ancora più spesso le tracce registrate, addirittura sfruttandole negli intramezzi fra un pezzo e l’altro per creare gag assolutamente mai viste, simili solo a qualche bit di Steve Martin, risultando quasi come una vignetta umana. ( 8:15; 41:32 )

In “what.” come nel suo spettacolo precedente, si nota che la comicità di Burnham non ha un tema vero e proprio: non parla di attualità, se non in qualche pezzo di satira di costume in cui attacca gli artisti di banalità e mediocrità (“Repeat Stuff”, 48:00), spesso le sue canzoni e le sue battute si basano solo sull’esagerazione, sul fatto di essere gratuitamente offensive (spazia dall’olocausto all’11/9, dall’omosessualità al razzismo, o semplicemente al sesso con la poesia “I Fuck Sluts” ,14:17)

Un tema che però gli è chiaramente caro è il ruolo della comicità: Burnham parla continuamente di quello che gli altri comici pensano di lui, della funzione che secondo lui dovrebbe avere la comicità per un artista (alla fine di “Left Brain, Right Brain” e di “Sad”).

Inoltre non si fa fatica a trovare delle citazioni nei suoi pezzi: in “Left Brain, Right Brain” cita Steve Martin e George Carlin come comici che sono riusciti ad unire parte emotiva ed analitica del loro cervello, ed in “Repeat Stuff” è chiarissimo il riferimento a Bill Hicks quanto si infila il microfono in bocca mimando un pompino a Satana e definendo i cantanti di oggi come dei nazisti.

Inaspettatamente per un comico della sua età e soprattutto del suo genere, Burnham ci tiene però a lanciare qualche messaggio, come aveva fatto in “Words, words, words” con “Art is Dead”, qui si lancia in un ambiziosa canzone dal punto di vista di Dio (37:32) oltre che nel già citato attacco contro i cantanti moderni ed al pezzo “#Deep” (26:06).

La comicità di Burnham è particolarmente difficile da comprendere, specie perché oscilla continuamente fra banalizzazioni (Lo sketch su Godzilla nell’intro ) ad esortazioni verso il pubblico a svegliarsi e rifiutare ogni tipo di schifezza propinata dalla società (“La magia non esiste, leggetevi un libro!” nell’intro, o il ripetere “Crescete!” dopo ogni sua battuta infantile).

Ciò che però è più apprezzabile sono i continui lampi di genio all’interno dello spettacolo, sia dal punto di vista del materiale, come il bit sul sesso gay (19:06) o dal punto di vista della forma, come l’assurda “Beating Off in A-Minor” (30:06) o la battuta al minuto 14:11, resi ancora più inaspettati dalla totale mancanza di trama o filo conduttore all’interno dello show.

Le canzoni sono tutte molto godibili: delirante l’intro che è una specie di riassunto dello stile di Burnham in 6 minuti, “Sad” (10:00) è un bombardamento di battute di humor nero, ma il vero capolavoro è “Left Brain, Right Brain” (20:00) in cui Burnham mette in scena un dibattito fra i due emisferi del suo cervello. Dopo la già citata “#Deep” c’è “Song From the Prospective of God” sia divertente che intelligente.
Prima della fine rimane solo “Repeat Stuff”
(In uno show cantata anche davanti ad un attonito Justin Bieber).

Il finale è affidato all’ennesimo sketch con una traccia musicale registrata, “We Think We Know You” (52:48), in cui Burnham parla del lato più difficile di essere una giovane celebrità, pur ammettendo di esserne quasi dipendente (cosa già detta in “Art is Dead” e ribadita all’inizio di questo show, mostrando un filmato di quando era bambino mentre cantava).

Lo spettacolo è nel complesso migliore di “Words, words, words”, in cui Bo era ancora troppo legato al suo materiale proveniente da internet, e dimostra che, anche se lentamente, Bo Burnham è un comico in evoluzione. Il suo stile è ancora sporco e non definito, ma la sua creatività e la sua simpatia naturale, oltre al fatto di essere un qualcosa di totalmente nuovo, lo portano ad essere uno dei giovani comedian più interessanti del momento.
Il suo difetto è la naturale inesperienza e lo stile grezzo. Oltre al fatto che vista la giovane età ed il tipo di comicità, nell’ambiente è ancora malvisto, anche perché in molti dei suoi spettacoli, il pubblico è composto in una minima ma significativa percentuale di ragazzine.

Ma “what.” fila via liscio, senza un attimo di pausa e lascia pienamente soddisfatti, con la voglia di essere subito rivisto.

Voto: 8

Curiosità: lo spettacolo è stato apprezzato anche da Aaron Paul (se non sai chi sia, fuori dal mio blog), ecco lo scambio scaturito fra lui e Burnham su Twitter.

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2 Risposte to “what. – Bo Burnham”

  1. Non lo conoscevo, ottimo suggerimento Dan. Ah, ho dovuto anche controllare chi fosse Aaron Paul… meno male, lo conoscevo ma non sapevo si chiamasse così (quindi mi dai il permesso per tornare da ‘ste parti?). Bentornato, comunque.

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