A Love Story

pioggia-notte

Pioveva.
Chissà perché, nei giorni che ti ricordi piove sempre.

Non era un acquazzone, ma una di quelle pioggerelle fini, rinfrescanti e quasi fastidiose.
Era il solito venerdì sera passato fra pub a San Lorenzo.

Eravamo in tre o quattro, questo non lo ricordo con precisione, ma passammo tutta la serata come facevamo sempre: attorno ad un tavolino a parlare, birra dopo birra.

Fra discorsi sul calcio, citazioni continue di film o serie tv ed improbabili teorie del complotto, le due ore che dopo cena ci concediamo a vicenda, una o massimo due volte a settimana, scivolano via rapide, senza lasciarci niente dentro ma togliendoci dall’impiccio di rimanere a casa da soli a pensare a noi stessi.

Gli altri cominciano a mostrare i primi segni di stanchezza verso mezzanotte ed io non mi oppongo, sia perché le idee su cosa fare scarseggiano, sia perché il garage chiude all’una e stasera non ho alcuna voglia di cercare parcheggio.

Hanno parcheggiato su via Tiburtina, io invece su via De Lollis, davanti all’entrata dell’Università La Sapienza, perché lì a fine febbraio c’è sempre posto. E perché metto sempre la macchina lontano da dove devo andare, per arrivarci a piedi.

Mi incammino verso il mio bolide con le cuffie dell’iPod nelle orecchie e le mani nelle tasche del jeans. Ho l’ombrello legato con il laccio sul polso destro ma non lo apro, mi piace camminare sotto la pioggia se non diluvia.
La mia macchina è davanti alla cabina delle fototessere, a pochi metri dal parchimetro.
Mentre riapro gli specchietti retrovisori, sento imprecare e mi giro.

Il rumore viene proprio dal parchimetro e lì la vedo, una ragazza, alta sì e no la metà del parchimetro stesso.
È asiatica.
È di spalle, ma capisco che è asiatica. Non ho mai capito perché ma gli asiatici li riconosci anche se girati di schiena.

Continua a mettere monete ed a premere il tasto verde per stampare il bigliettino del parcheggio, sempre con più violenza.
La osservo per qualche secondo, poi capisco che non ne viene a capo e mi avvicino per aiutarla.

Le dico “Guarda che non devi più pagare, il parcheggio si paga fino alle undici…”
Lei si gira, mi guarda ed io le ripeto più lentamente quello che le ho appena detto.
Dopo un secondo, si mette a ridere guardando di nuovo il parchimetro e mi ringrazia.

Mi dice che era qualche minuto che ci stava provando, che non viene spesso in questa zona e che si sente una deficiente, io sorrido e le rispondo che non c’è problema, che è capitato spesso anche a me.
Mi giro verso mia macchina, ma proprio mentre mi sto per ritappare le orecchie la sento parlare.
Tolgo subito le cuffie e le domando se mi ha chiesto qualcosa.

Ma stava solo bestemmiando contro il suo cellulare.
Si rende conto che pensavo si stesse rivolgendo a me e mi spiega che si è solo incazzata perché l’amica che doveva incontrare le ha appena scritto che non può venire.
Un po’ imbarazzato, le dico che mi dispiace ma non sembra farla stare meglio.

Si appoggia con la schiena sulla cabina per le fototessere e sbuffa mettendosi una mano sugli occhi.
Il silenzio mi mette davvero a disagio, anche perché se me ne andassi sarebbe un po’ brusco ma se rimanessi senza dire niente, sembrerebbe che io mi stia divertendo a guardarla soffrire.
Quindi per sdrammatizzare le dico che io invece sto tornando a casa da una serata della quale avrei potuto fare tranquillamente a meno.

Lei si toglie la mano dagli occhi e mi guarda aggrottando le sopracciglia. E poi sorride.
Mi dice che neanche a lei andava di uscire stasera e che in fondo è contenta che l’abbiano bidonata, la scoccia solo essere arrivata fino a lì con la macchina.
Mi spiega che sarebbero dovute andare in una specie di disco-pub lì vicino, dove lavora il fidanzato della sua amica che le voleva presentare suo cugino. Insomma una prospettiva tutt’altro che allettante.

Non so bene a che punto del suo discorso, poggio il sedere sul baule umido della mia macchina e mi ritrovo ad ascoltarla con le braccia conserte.
Senza averlo deciso, avevamo iniziato a parlare.

Lei si chiama Viola.
Non ci siamo neanche presentati o stretti la mano, ricordo semplicemente che ad un certo punto del discorso sapevamo entrambi il nome dell’altro/a.
È nata in Italia ma è di origine vietnamita, sua madre è venuta ad abitare a Roma quando aveva 13 anni e qui ha incontrato quello che sarebbe diventato suo padre (anche lui vietnamita trasferito a Roma, ironicamente).

Mentre parla, rimango sorpreso dai suoi tratti somatici. È chiaramente asiatica, ma i suoi occhi non sono a mandorla. Almeno non in maniera pronunciata, come alcune di quelle che sembra abbiano sempre appena succhiato un limone, i suoi zigomi sono solo leggermente alzati e coperti di lentiggini, i suoi capelli sono sì lunghi e neri, ma setosi e non rigidi ed opachi come lavagne, è bassa e magra ma per nulla esile.
Non la trovo particolarmente figa ma parlare con lei mi risulta abbastanza facile e sono sempre stato rapito dalle persone con questa caratteristica.

È di un anno più giovane di me e si sta per laureare in Lingue e Culture Straniere a Roma Tre. Quando le dico di essere già laureato mi guarda ammirata, come se le avessi appena rivelato di essere un supereroe. Non capisco il perché di tanto sconcerto e le chiedo spiegazioni. Lei mi dice che ci sta provando ormai da quattro anni ma che nell’ultimo semestre ha avuto un po’ di problemi.

Non proseguo con le domande perché capisco di aver toccato un tasto dolente, ma lei continua senza alcuna sollecitazione.
Suo padre è gravemente malato, cancro al fegato. Lo ha scoperto circa un anno fa e da otto mesi ha cominciato i trattamenti che lo rendono debole e bisognoso di aiuto. Aiuto che la madre ed il fratello di Viola non possono dargli da soli.

Rimango in silenzio, vergognandomi di averla portata a dirmi queste cose senza neanche conoscermi.
Lentamente la pioggia comincia a diventare più intensa e quasi a volermi meritare in ritardo la fiducia che mi ha concesso, apro l’ombrello e la invito ad avvicinarsi così da poterla riparare.

Lei sorride e si scusa per avermi messo a disagio. Io le faccio capire che non c’è problema ed incomincio a parlarle di me. Ma non è una forma di compensazione, semplicemente abbiamo scavallato il limite delle formalità.
Le dico che purtroppo capisco quello che prova per suo padre per esperienza personale.
Ed è in questo modo che mi trovo a parlare, sotto la pioggia, di notte con una sconosciuta di origine vietnamita del mio e del suo passato, delle mie e delle sue paure.

La pioggia smette all’improvviso ed io ripongo l’ombrello.
Viola sorride e guarda verso l’alto.

Dell’orario di chiusura del garage non mi interessa più molto, per una volta finirò la serata provando il brivido di cercare parcheggio, adesso sono concentrato solamente nel parlare con questa strana ragazza.

Mi dice che suo fratello è più piccolo di lei, ha 16 anni e che è adottato. Scherzo sul fatto che un bimbo italiano sia stato adottato da una coppia vietnamita.
Ridacchia e mi tira uno schiaffetto sulla spalla. Mi dice che il fratello è fuori stasera e prima o poi lo chiamerà per chiederle di avere un passaggio per tornare a casa.
Mi rivela di essere particolarmente legata a lui, io annuisco dicendole che anche per mia sorella è così con me.

Non so dire con certezza come abbiamo cominciato a baciarci, sono abbastanza sicuro di non averci provato io, ma non ricordo neanche che l’abbia fatto lei.

Non c’è stato neanche un segnale o un gesto che ci abbia portato a farlo, è stata forse una  conseguenza del discorso fatto in precedenza, come per la teoria del piano inclinato.

Credo che la cosa vada avanti per 5 o 6 minuti.
Sono sempre stato un amante del bacio, mi fa tornare alla mente sensazioni adolescenziali. Inoltre tre o quattro persone mi hanno detto che sono anche bravo e la quasi totalità di esse erano ragazze, quindi per me è sempre un qualcosa di speciale.
Ma con lei fu diverso.

Stranamente non si è aggiunta nessun tipo di tensione fra noi due, è come se stessimo continuando a dirci cose a bassa voce, l’uno nella bocca dell’altra.
Lei poggia semplicemente la sua mano destra sul mio petto, io le mie sui suoi fianchi, muovendo soltanto i pollici per accarezzarla.
Ma non c’è neanche un eccesso di malizia: non la poggio contro la macchina, non provo a toccarle il culo, neanche spingo la sua testa contro la mia mettendole la mano sulla nuca. È come se avessimo soltanto trovato un altro modo di comunicare.

Lentamente mi stacco da lei e per la prima volta ci guardiamo negli occhi. Entrambi ci mettiamo a ridere, Viola si copre la bocca con la mano, io poggio la mia fronte sulla sua. Con tono ironico le chiedo cosa sia appena successo e lei mi risponde che non lo sa, senza levarsi la mano dalla bocca.
Ci stacchiamo ma continuiamo a parlare come se nulla fosse, lei mi parla dei suoi genitori, di come si amassero e di come abbiano cominciato ad amarsi di più dopo la malattia del padre.

Non riesco a smettere di ascoltarla, perché mi stranisce la semplicità con la quale riesca a trattare con lei argomenti che con i miei amici sono troppo inibito per toccare.
All’improvviso, ricordo fossero le tre e un quarto circa, le arriva una telefonata.
Per la prima volta dopo quasi tre ore, smettiamo di rivolgerci l’uno all’altra, lei risponde e mi fa cenno che è suo fratello e che deve andare.

Non ci salutiamo baciandoci, anche perché lei va molto di fretta. Ma d’istinto, ci abbracciamo per qualche secondo. Le chiedo di getto quando possiamo rivederci e le chiedo il numero di telefono.

Lei mi dice di vederci fra una settimana, proprio qui. E che avremmo ripreso a parlare esattamente da dove c’eravamo fermati.
Io sorrido, Viola mi guarda, fa lo stesso e se ne va.

Ammetto che, quando mi piace una ragazza, tendo all’idolatria. Sapendolo, mentre torno a casa continuo a ripetere a me stesso di stare tranquillo, ma non è facile.
Nella mia testa continua a passare a getto continuo l’intera conversazione, come un Vine lungo tre ore.
Arrivato a casa e trovato parcheggio, apro il portone facendo lunghi respiri, nel tentativo di abbassare la pressione sanguigna.

Non sono sicuro di cosa mi sia successo, so solo che per poco, mi ha reso felice.
Ma non riesco a tenermelo dentro.

Così il giorno dopo, spinto da un inaspettato quanto spontaneo slancio di vita, chiedo ai miei amici di uscire di nuovo.
Loro, quasi frastornati dalla mia proposta di uscire per ben due sere di fila, accettano seppur con qualche remora.

Sono costretto a cedere e a vederci nuovamente a San Lorenzo.

Ma poco mi importa questa sera, perché ho qualcosa da condividere.
Perché ho qualcosa da dire.
Perché, forse, ho incontrato una ragazza che riesce a farmi provare qualcosa in più di una semplice erezione.

Come al solito l’appuntamento è a Piazzale san Lorenzo, davanti alla chiesa.
Sempre come al solito, io parcheggio a via De Lollis per fare un tratto a piedi.

E, lo ammetto, anche per guardare quella cabina delle fototessere.

Mi capita spesso di osservare i posti in cui mi è successo qualcosa di piacevole. È un mio uso, che però tende a diventare un vizio, specialmente nei momenti in cui quelle cose piacevoli non ci sono più.
Ogni passaggio davanti a quei luoghi diventa una tortura, ogni appuntamento lì, una prigione.

Ma non è questo il caso. Provo realmente felicità guardando in quella direzione e mi incammino verso il piazzale.
Come sempre, arrivo puntuale e mi ritrovo a dover aspettare gli altri. Ma oggi non mi pesa.
Non più del solito almeno.

In quella decina di minuti mi ritrovo ad osservare quel piccolo ecosistema che mi circonda, fatto di giovani coi rasta che suonano i bonghi, ubriachi che ridacchiano passando davanti alle camionette dei carabinieri e ragazze che camminano a coppie, tenendosi sottobraccio.
Ma osservare mi aveva già dato troppa gioia quel giorno

Seduta su quei gradini, fra musica e bottiglie di vetro poggiate per terra, vedo Viola.
Provo in un secondo quella sensazione di balzo che si sente nel petto quando si vede qualcosa di inaspettato, come quando un ascensore si ferma bruscamente.

Perché la vedo, ma la vedo mentre sta baciando un ragazzo.

La mia testa si svuota completamente, dentro di essa non c’è spazio neanche per la musica che stavo ascoltando.
Quasi per rispetto verso il mio shock, il mio iPod interrompe la riproduzione dei brani e smette di funzionare.

Lo sta baciando proprio come ha baciato me il giorno prima, con una mano sul suo petto.
Lui è più aggressivo, quasi offensivo.
Le stringe i capelli, rovinandoglieli e mette la mano sinistra sul suo culo ma non accarezzandolo come meriterebbe, infilando le dita nelle mutande di Viola, leggermente abbassate visto che è seduta. E vedere che lo fa mi fa imbestialire, come se stesse sfregiando un quadro famoso.

Non vado fiero di quello che ho fatto dopo aver visto questa scena ma proprio non sono riuscito a sopportarlo.
Pensandoci a mente fredda, non avevo alcun diritto di essere geloso verso di lei. Non mi doveva niente, per quanto ne so potrebbe anche essere fidanzata e più di una volta mi è capitato di buttar giù rospi del genere perché non avevo alcun “titolo” di cui fregiarmi per arrabbiarmi con una ragazza o per fare una scenata di gelosia.

Eppure mi sento tradito, io che non ero ancora nessuno per lei. Non ha senso, ma mi sono sentito tradito specialmente perché fra di noi non è successo niente. E nonostante questo mi sono sentito più vicino a lei che a qualunque altra persona che conosco da anni.

Quindi mi levo le cuffie e le infilo disordinatamente in tasca. Qualsiasi uomo con le palle avrebbe spinto via lui e magari gli avrebbe anche tirato un pugno in faccia. Ma io sono un codardo ed un perdente, quindi non lo farò.
Piuttosto ho qualcosa da dire a lei.

Le urlo “VIOLA!” quando sono ad un paio di metri da loro. Subito smettono di baciarsi, lei si gira verso di me e si vede.
Come ho già detto, non vado fiero di quello che ho fatto ma soprattutto non vado fiero di quello che ho detto.

Perché le parole hanno un peso ed io lo avevo scoperto solo 24 ore prima, quando era grazie alle parole che c’eravamo prima incontrati e poi conosciuti.
Perché le parole sono una parte preziosa di me, sono io.
E con lei non avevo solo scambiato parole ma avevo condiviso parte della mia vita, cosa che credevo avesse fatto anche lei.

Ed invece davanti a me ho la prova che nulla di quello per cui non avevo dormito la notte prima le importava, nulla di quanto le avevo confidato, nessuna delle parole che le avevo detto.

Per questo mi vergogno di quello che le urlo perché sono cattivo, cinico, anche stronzo visto che la maggior parte delle cose non le provo davvero.

Ma ogni volta che inspiro per continuare ad insultarla, il guardarla mettersi le mani in faccia, sconcertata, mi fa tornare alla mente come si copriva la bocca mentre rideva.
E questo non fa altro che farmi incazzare di più.

Il ragazzo che sta con lei non capisce cosa stia succedendo e mi guarda in silenzio con la bocca spalancata.
E non è l’unico, visto che così stanno facendo anche tutte le altre persone che stanno nel Piazzale.

Ma in quel momento non mi interessa perché inconsciamente sto rovesciando su questa ragazza, probabilmente senza che se lo meriti davvero, anni di frustrazione e repressione che mi hanno ferito, reso insicuro, triste e debole.

Non mi ha mai detto che mi ama, non mi ha mai detto che vuole solo me. Forse sono stato io troppo ingenuo a pensarlo.
Ma ormai non me ne frega più niente, sono un ragazzo che nel giro di un giorno ha avuto e poi perso tutto.

Per quanto ne so, potrebbero anche essere arrivati i miei amici, che magari stanno facendo finta di non conoscermi.
Ma il mio campo visivo è ristretto al viso di Viola.

Quando mi fermo ho quasi il fiatone, sono rosso in faccia e i miei occhi sono lucidi. Odio mostrarmi mentre piango, quindi trattengo le lacrime.
Guardo Viola e tirando su col naso, respirando profondamente e con l’ultimo filo di voce trovo la forza di farle una domanda.

“Ma io…cosa sono stato per te?”

Lei ha ancora le mani che unite le coprono il naso e la bocca.
Rimane in silenzio per qualche secondo, guardando a turno me ed il ragazzo che stava baciando poco fa.

Lentamente abbassa le mani e le poggia sulle gambe.

Il cuore mi si ferma in gola, sono quasi tentato di andarmene per non sentire la sua risposta visto che sarà per forza di cose dolorosissima.
Solo ieri, parlare con lei mi aveva reso felice ed ora so che qualsiasi cosa mi possa dire mi riporterà bruscamente sulla terra.

Ma rimango lì, la vedo che lentamente inspira per rispondermi.
E dopo qualche altro secondo di tentennamento, mi guarda negli occhi e mi dice

“Qǐng wèn shì nǎ wèi?”

Salta fuori che non era Viola.
E che ho semplicemente insultato una qualsiasi ragazza asiatica che stava pomiciando col ragazzo.

Eh cazzo, sono tutte uguali…

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19 Risposte to “A Love Story”

  1. Avrà pensato la stessa cosa di te, negretto.

  2. Mi è capitato con una collega che ho fatto finta di non vedere per tutto un viaggio in treno. Arrivato alla fermata nei pressi dell’ufficio lei non è scesa e solo lì mi sono reso conto che ho vissuto una fobia inutile.

  3. :-) …E comunque anche a me capita talvolta di tornare nei posti in cui mi è successo qualcosa di piacevole.

  4. Non so perchè ma mi piace pensare che ad un certo punto tu le abbia gridato “Adoro il profumo del Napalm al mattino..”
    Ad ogni modo, grottesco, atmosfera da noir, carico di risentimento: voto 8. Irriguardoso.

  5. Ohibò, avrei voluto replicare ma devo aver raggiunto il numero massimo di repliche possiblli sul tuo blog…

  6. Mi sono annotata la risposta nel blocchetto perché di nuovo era finito il mio diritto di replica :-P

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