Sympathy For The Devil – 8 – Il Goloso

Sympathy For The Devil

(Continua da qui)

Credo che punire i golosi sia il modo in cui Dio abbia voluto pulirsi la coscienza per aver creato l’Africa.

Non capisco perché dovrebbe aiutare, è più una cosa simbolica diciamo, non accade mai che un bambino rachitico del Congo muoia sereno pensando “Grazie al cielo so che Dio punirà severamente il bastardo che ha mangiato il cibo che sarebbe spettato a me oltre quello che spetta a lui”

E poi non ce lo vedo un quattordicenne che si ferma mentre sta mangiando un tiramisù e, tormentato dalla paura dell’Inferno, si precipiti verso la spiaggia di Gibilterra per lanciare il piatto verso le coste africane.

Comunque la gola è il peccato più noioso che esista, non mi ha mai entusiasmato.

Forse perché ci tengo alla mia linea o forse perché è un peccato troppo autoreferenziale.

È difficile che uno riesca a rovinare una vita che non sia la sua se si strafoga di cibo, a meno che non sia uno che prende spesso l’ascensore.

Goloso
(Il Goloso – @Matnessme)

Mi incammino verso la sezione trasporti.
Stavolta né Ponzio né Adolf mi aspettano fuori dalla porta. Sono strani quei due, poco fa non pensavano ad altro che al mio viaggio e adesso sono in giro a farsi i cazzi loro.

Il dannato che sto andando ad incontrare si chiama Horace, ha 26 anni e vive a Stanton, in California.

Decido di prendere le sembianze di un uomo di colore, di 32 anni per la precisione.
Mi vesto con dei jeans scuri ed una polo bianca, elegante quanto basta per farmi sembrare adatto ad entrare in un golf club senza dover essere un cameriere.

Dopo aver preso le coordinate, mi guardo intorno e vedo che gli addetti ai trasporti non stanno prestando attenzione, come se distratti da qualcosa.

Affari loro, io ho da fare.
Scompaio e subito sbuco all’angolo di una stradina.

Il quartiere dove mi ritrovo, a prima vista pare molto tranquillo: marciapiedi lisci e senza neanche una buca, strade pulite che fanno da divisori a due lunghe file di casette bianche e dai tetti di colori diversi, che le fanno sembrare pezzi del “Monopoli”.

Ognuna delle case è circondata da un giardino ben tosato e perfettamente rettangolare, delineato da una staccionata.

Ad intervalli regolari, in questi giardini ci sono dei vecchietti in canottiera e pantaloni della tuta intenti a tagliare quei pochi ciuffi d’erba che sono leggermente lunghi.

Cammino guardandomi intorno, dubbioso sul fatto di trovarmi nella realtà e non in una sit-com degli anni ’50.

Non ho l’indirizzo preciso di Horace quindi dovrà chiedere a qualcuno del posto se lo conosce.

Mi avvicino ad un vecchietto canuto dedito a passare quella che si direbbe la terza o quarta inutile mano di vernice bianca sulla staccionata in legno.

«Salve» dico facendo ombra col corpo proprio nel punto che stava pitturando.

«Oh, buondì» mi risponde. Il suo sorriso è così bianco ed impersonale da sembrare appena uscito da una fabbrica. «Posso aiutarla?»

«Lo spero. Sto cercando un ragazzo di nome Horace.»

Lui rimane impassibile tranne che per un’impercettibile contrazione di un muscolo della fronte.

«Sta cercando Horace? Perché?»

«Affari…»

«Mi sa dire che ore sono?»

In silenzio, sollevo il braccio destro per far scendere la manica della camicia che dimentico di non avere e guardo l’orologio.

«Le 11 in punto, perché?»

«…perfetto» mi fa agitando il pennello ancora zuppo di vernice e sporcandosi lievemente la fronte rugosa «allora sta per arrivare.»

«Qui?»

Il vecchietto ignora la mia ennesima domanda, infila il pennello nel barattolo sbuffando e fa per andare via.

Io non capisco e mi guardo attorno, in attesa dell’arrivo di questo fantomatico Horace ma l’unica cosa che si muove nel mio spettro visivo è una rondine che rimane silenziosa come a rispettare la quiete del vicinato.

Proprio mentre sto per girarmi per chiedere spiegazioni sento un vibrare sempre crescente sotto i miei piedi.

Provo ad alzare il collo per capire da dove provenga, mentre queste vibrazioni fanno colare la vernice fresca dalla staccionata andando a colorare di bianco i ciuffi d’erba sottostante.

Le mie orecchie mi aiutano a voltarmi verso uno degli incroci della strada.
Pian piano distinguo il fastidioso riverbero di un impianto stereo con i bassi alzati al massimo che causano il tremolio degli alberi e lo scappare degli scoiattoli.

In lontananza finalmente scorgo la fonte di quel fracasso: a provocarlo sono le casse di uno scooter di quelli ortopedici utilizzati per le persone obese.

Da esse esce, cazzuto e graffiante il riff di “Bad To The Bone” di George Thorogood and The Destroyers.

A guidare questo trabiccolo, un mastodontico omaccione dai corti capelli rossi.

Peserà almeno 150 Kg, le sue gambe cicciotte penzolano dai lati del materassino e terminano con due scarpe di tela bianche, basse abbastanza da mostrare la totale mancanza di caviglie.

Il suo enorme busto è coperto da un camicione a scacchi gialli e verde acqua che provano a dargli un’aria lievemente hawaiana.

Quel rossiccio Leviatano si avvicina a passo d’uomo verso di me con un secchiello di pollo fritto di KFC nel cestino dello scooter.

Riesco ad intravedere da dietro i suoi occhiali da sole che mi nota, così solleva il mento e mi saluta, alzando il pugno ed aprendo mignolo e pollice.

La scena è come se fosse al rallentatore, anche perché il suo motorino non riesce ad andare più veloce di 2 Km/h visto il peso del duo pilota.

«Ehi bello! Benvenuto nel mio quartiere!» mi fa.

«Idiota…» bisbiglia il vecchio, prima di chiudere violentemente la sua porta di casa.

(Continua qui)

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2 Risposte to “Sympathy For The Devil – 8 – Il Goloso”

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    (Magritte)

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