Sympathy For The Devil – 11 – L’Avaro

Sympathy For The Devil

(Continua da qui)

Con i soldi l’ho proprio fregata la Barba.

In natura non esistevano, così una sera mi sono messo nel mio ufficio a pensare ad un modo alternativo per corrompere gli umani.

E alla fine mi sono inventato i soldi.

Da quando sono apparsi sulla Terra, vi ho osservati ed ho visto che per molti hanno acquistato un valore ancora più grande della vita stessa.
Ci si uccide per i soldi.

Capite?
Uccidersi per qualcosa che non ha nessuna corrispondenza in natura, che non esiste.

Solo le crociate e i fondamentalisti islamici condividono col denaro questa capacità.

Non perché Dio non esista, ovvio.
Ma è tutta quell’altra roba per cui ci si dovrebbe ammazzare l’un l’altro che vi siete inventati.
Non che non mi faccia comodo…

Per alcuni i soldi hanno anche avuto più valore dell’ultraterreno, basti ricordare quello che ha fatto Giuda.

Ma l’equiparazione Dio:Soldi non è affatto banale.

Mi sono inventato di sana pianta qualcosa da sostituire alla Barba, una sorta di secondo polo verso cui indirizzare la propria fede e le proprie preghiere.

La Barba ha sempre un po’ di sano rosicamento quando si ricorda dei soldi, mi fa sempre i complimenti per la pensata.

Avaro

Prima di andare dal peccatore, mi fermo a parlare con Cleopatra chiedendole informazioni su di lui.

Pare si chiami Arne Thorvaldsen e che sia un commerciante in bottoni danese, il maggior esportatore del Nord-Europa.
Ha 81 anni e vive ad Aalborg.

Il profilo sembra un po’ noioso, sarà uno di quei vecchi affaristi burberi, alla Ebenizer Scrooge.
Ma il lavoro è lavoro.
Di certo non potrà starmi più sui coglioni di Horace.

Decido di presentarmi con la forma di un uomo paffuto, sulla sessantina e dai lunghi baffi bianchi, ispirandomi a J.P. Morgan.
Ovviamente, mi presenterò con una bombetta.

Cristo quanto amo le bombette.
Non esiste indumento con la carica satanica della bombetta, è così aristocratica e classista.

Il solo vedere un uomo con la bombetta ti permette di classificarlo come un avaro e razzista pezzo di merda.

La metterei più spesso, ma le corna purtroppo non rendono perseguibile la mia passione per i copricapo.

Appaio in un quartiere un po’ malandato.
Il tempo è decisamente brutto, il cielo è grigio e i palazzi hanno tutti l’intonaco scrostato e sono colorati di un rosso sbiadito.

Mi sembra strano che un uomo così ricco possa vivere qui attorno, ma mi muovo verso il numero civico che è il 57.
Il palazzo è alto quattro piani ed il portone è tenuto aperto da un grosso sasso.

Salgo lentamente le scale fino al terzo piano e busso all’interno 7, visto che non c’è il campanello.

Inizialmente non risponde nessuno, anche se sento le travi del pavimento scricchiolare dietro la porta.

Busso per la seconda volta ma non ottengo nessuna risposta.

Allora busso una terza volta, più energicamente, col dorso del pugno.
Finalmente sento la porta che si apre

A fare capolino da dietro di essa c’è un uomo, in ciabatte e pantaloni porpora.
Sulle spalle porta una coperta di piumino bianca, che copre quasi interamente un maglione di un verde sbiadito.

Il suo sguardo è tutt’altro che amichevole e i suoi occhi campeggiano colmi di risentimento sopra il suo naso aquilino.

«Che cosa vuoi?» mi fa con la sua voce stridula.

«Per favore, mi permetta di presentarmi.»

La porta si chiude di schianto.
Resisto alla tentazione di ridurla in schegge, entrare, appenderlo per i piedi al soffitto e scuoiarlo per poi annegarlo nel suo stesso sangue.

In questo le lezioni di yoga mi sono state molto utili.

Busso nuovamente, lui apre quasi istantaneamente.

«Per chi lavori?» mi domanda lui con disprezzo.

«Eh?»

«Chi ti ha mandato? Chi è il tuo capo?»

«Nessuno, Signor Thorvaldsen. Io sono il capo di me stesso.»

«Mh…» lui sembra stranamente sollevato, anche se il suo grugno non accenna a distendersi «È qui per parlare di affari?»

«In un certo senso…sì.»

«Va bene…entri.»

«La ringrazio…»

«Sappia che mi fido di lei solo perché ha una bombetta.»

Visto?

(Continua qui)

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