Sympathy For The Devil – 12 – L’Avaro

Sympathy For The Devil

(Continua da qui)

Entro.
Le suole rigide delle mie scarpe di cuoio marrone fanno scricchiolare le travi del pavimento.

La casa è veramente brutta: le pareti sono di un giallo sbiadito, la moquette è fucsia e sporchissima.
Il vecchio mi accompagna nel salone, il cui arredamento è composto solo da un tavolo di legno, delle sedie e dei mobili ad ante appesi al muro.

Rimango sorpreso.
Che avaro è uno che non ha soldi?
Non è che ho sbagliato casa?
Si tratterà di un omonimo?
Se quelli dell’archivio mi hanno fatto fare una figura del genere, è la volta buona che decapito qualcuno.

Thorsvalden mi fa sedere su una vecchia sedia scricchiolante.
Lui fa altrettanto e poggia i gomiti sul tavolo che è vistosamente mangiato dai tarli, tossendo sonoramente.

«Di cosa mi vuole parlare?» mi domanda accigliato.

«A dire il vero, Signor Thorvaldsen…le ho detto una piccola bugia poco fa. Non sono qui per proporle un affare. Diciamo che quello che sono venuto a fare qui riguarda il mio, di lavoro.»

«Lo sapevo» brontola a bassa voce, come se parlasse all’orecchio del suo amico immaginario «Sei un ladro.»

Il vecchio tossisce ripetutamente tenendo sempre gli occhi fissi su di me, fino a che non gli vengono quasi le lacrime agli occhi.

Cancro ai polmoni.
Lo so perché sono il Diavolo, ma sarebbe solo bastato guardare “Breaking Bad”.

«Vogliono tutti i miei soldi» dice «La verità è che siete degli scansafatiche. Lavorate e non rompete le scatole a noi che il denaro ce lo siamo guadagnati onestamente.»

Almeno ora ho la certezza che sia lui.

«Comunque rubi pure, tanto in questa casa non troverà un centesimo. Anzi, se vuole portarsi via un po’ di questo ciarpame, mi fa solo un favore.»

«Non sono qui per derubarla.»

«È un assassino? Ma non è un po’ troppo vecchio per andare ad ammazzare la gente in giro? Comunque faccia pure tanto sono già con un piede e mezzo nella fossa.»

«No, sono qui per parlare con lei, Signor Thorvaldsen.»

«E di cosa?»

«Dei suoi soldi.»

«Ahhh…» esclama lui «Ho capito. Ti hanno mandato i miei figli.»

Questa frase scivola via dalla sua bocca come una secrezione, quasi con disprezzo mentre si tira su dalla sedia.
Non lo contraddico e lo lascio parlare.

«Mio padre ha sempre dato a mia sorella tutti i soldi che lei gli chiedeva, mentre io mi facevo il mazzo per mantenermi solo con le mie forze. Il risultato? Lei non ha più un centesimo e si mantiene dando ripetizioni ai ragazzini. A settantaquattro anni. Per questo non darò mai nulla a quei due degenerati: perché i soldi hanno un’anima, dei sentimenti. E se sono tuoi, non ti tradiscono. Non ti abbandonano»

Il vecchietto solleva le braccia che paiono tutt’altro che deboli verso il mobile, tirandone fuori un pacco di biscotti secchi, probabilmente più vecchi del palazzo stesso.

«E non mi attacchi il pippone dell’essere un buon padre» continua «Lo so benissimo che mia figlia è senza tetto e che mio figlio ha perso tutto quello che aveva con quelle maledette scommesse. Ma mi dica cosa c’entra l’essere un buon padre col dare dei soldi ai propri figli. Se fossi uno che usa così il proprio denaro lo avrei usato per mia moglie.»

«Sua moglie?»

«Certo. La sua sclerosi di certo non sarebbe scomparsa, ma se si fosse sottoposta a qualche trattamento di sicuro sarebbe vissuta meglio e più a lungo.»

Le zanne sotto il mio travestimento scintillano in un sorriso malefico.

«Ha lasciato morire sua moglie?»

«ASSOLUTAMENTE NO!» mi risponde stizzito, addentando un biscotto «Io amavo mia moglie, anzi la amo ancora. Ma proprio per questo, come avrei potuto lasciarla vivere senza soldi? Cosa sarebbe campata a fare se avessi speso quella somma per lei? Curare la sua malattia per darle una vita senza denaro sarebbe stato disumano da parte mia. Lei mi potrà capire, sembra uno della vecchia scuola. Avrà sicuramente concluso affari a colpi di milioni.»

«Mah, specialmente uno per una trentina di denari…» rispondo allungando la mano verso il pacco di biscotti.

Lui lo tira indietro, dicendomi con sdegno che non me li ha offerti.
Rido.

«E quindi, come ha perso tutti i suoi soldi?»

«Perso? Quando mai avrei perso i miei soldi? Mi sarei già ammazzato da tempo» Tossisce «Anche se il mio polmone destro sta provvedendo al posto mio.»

«È ancora ricco?»

«Io sono il secondo uomo più ricco del Nord Europa, caro il mio supplì con le gambe. Il primo è uno stronzetto svedese che commercia salmoni. Vai a capire cosa ci trovano ‘stì scandinavi nel salmone…»

«Scusi, ma se è così ricco perché vive in questo cesso di posto?»

«Proprio perché sono ricco!» tuona «Non ho intenzione di spendere soldi per una villa. E poi se lo facessi avrei meno soldi, che discorsi fa?»

Fatico a comprenderlo anche se in fondo il discorso ha una sua logica, ma vedo che la veemenza con cui ribadisce la sua opinione lo fa tossire ancora di più, tanto da costringerlo a sputare in un vecchio secchiello di rame, inquietantemente mezzo pieno.

«Che senso ha tenere per se i soldi se non li usa?»

«La bombetta mi ha tradito, lei mi sembrava un tipo simile a me ma proprio non capisce.»

«Per carità, faccia come vuole.» gli dico alzando le mani «Ma tanto ormai sta per tirare le cuoia, tanto vale goderselo quel benedetto denaro. Cosa se l’è tenuto a fare?»

«Ripeto: lei non capisce. Nessuno capisce» urla mentre tossisce sempre più forte «La vita non è importante, i soldi sì. Il mio tumore era trattabilissimo.»

«Ah sì?»

«Certo. Poi qui in Danimarca, la sanità è così efficiente che la resurrezione di Cristo non sembra nulla di straordinario.»

«E allora perché non si è curato?»

«Non ci arriva proprio, eh?» mi rimprovera, con la voce sempre più rasposa e battendosi un pugno sullo sterno un paio di volte «Ciò che mi dà soddisfazione, l’unica cosa che mi rende felice nella mia vita è sapere che sono ricco, che ho dei soldi. Di morire non mi interessa nulla, schiatterò sapendo di essere il più ricco di tutti. Escludendo quel porco mangia-salmoni. Ho anche dato precise disposizioni di non dare in eredità i miei soldi a nessuno dopo la mia morte.»

«Eh?»

«Ha capito bene, il mio patrimonio rimarrà chiuso in un caveau fino alla fine dei tempi. Ho trovato un cavillo legale che mi permette di farlo. In culo ai miei figli, ai figli dei loro figli e così via. Si guadagnassero da vivere come le persone normali.»

Finito questa appassionata orazione, lo vedo sorridere per la prima volta mentre guarda il soffitto, pensando ai suoi soldi, intenerito come chi ripensa al suo primo amore di cinquant’anni prima.
Ma è un attimo prima che ricominci a tossire ancora più forte.

«Quindi, ora vada via e dica ai miei figli di fottersi!» conclude quasi senza voce.

Io sorrido, poggio le mani sui braccioli della sedia che scricchiola rumorosamente.

«Ha ragione» dico tenendomi con le mani i bordi della giacca, perché mi piace la teatralità «È tempo di andare. Per tutti e due.»

«Eh?» mi chiede lui senza aver capito.

Ed è l’ultima parola che dice.
Il vecchio perde l’appoggio della sua gamba destra, si tiene con le mani sul tavolo e mi guarda sorridere mentre capisce che i suoi polmoni lo hanno abbandonato.

Con le ultime forze afferra il pacco di biscotti secchi e se lo stringe al petto per non farmeli prendere.
Che stronzo.

Quando atterra, schiacciandoli, ha solo una decina di secondi di agonia e soffocamento prima di diventare un cadavere.

Appena caduto il silenzio, mi guardo attorno in quella merda di stanza, in quella merda di casa, in quella merda di quartiere.
L’appartamento è tetro e malandato, sembra poter cadere a pezzi da un momento all’altro.

Come a rispecchiare l’anima ed il corpo di questo vecchio spilorcio.
Subito mi viene un’idea.

Mi catapulto immediatamente all’Inferno, nel quarto cerchio e lo vedo arrivare, fresco fresco di morte. Ho ancora le sembianze dell’affarista alla J.P. Morgan.
Lui si guarda intorno.

«Dove sono?» mi chiede lieto di poter parlare senza riempire i suoi polmoni di liquido.

«Benvenuto all’Inferno, Signor Thorvaldsen. Lei è nel quarto cerchio, quello riservato agli Avari e ai Prodighi.»

«Capisco…e lei che ci fa qui? È morto subito dopo di me?»

«No, io sono il Diavolo, vecchio.»

«Ah, cavolo…ecco perché non capivi un cazzo. Quindi, quale sarebbe la mia pena?»

«Sarai condannato a spingere giganteschi massi per l’eternità.»

«Vabbè, pensavo peggio…andiamo allora, portatemi lì, cialtroni!»

«Già…ah, un’ultima cosa prima di lasciarla al suo eterno supplizio.»

«Che vuoi ancora?»

«Subito dopo la sua morte, mi sono permesso di stilare un documento a suo nome.»

«Eh?»

«Già…ecco…come dire…diciamo che con questo documento ho annullato richiesta alla sua banca di tenere i suoi soldi chiusi nel caveau.»

«COSA???» urla.

«Ha capito benissimo. Col documento ho specificato che il suo ultimo desiderio prima di morire è quello di lasciare tutta la sua eredità a sua figlia. Spero che la cosa la renda contento.»

Il vecchio cade in ginocchio con le lacrime agli occhi.

«La mia non è di certo una buona azione. Stia tranquillo: sua figlia morirà fra circa 10 mesi di overdose. Ma l’eroina che la ucciderà sarà di primissima qualità, grazie ai suoi soldi.»

L’uomo, fino a quel momento così rumoroso, mi sorprende non emettendo più un suono.
Poggia solamente le sue ossute dita sulla fronte per poi passarle su tutto il viso lasciando degli orrendi graffi dalle tempie fino alle guance.

La sua disperazione è tale che lo fa cadere con la faccia nella sabbia, ma viene subito tirato su dai demoni che lo portano di peso nel cerchio dove soffrirà per l’eternità.

«Buona permanenza!» gli dico sollevando la bombetta con una mano e mimando un inchino.

Mi giro ridendo sguaiatamente e me ne vado.
Perché il lavoro è importante, ma bisogna anche divertirsi.

(Continua qui)

 

 

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