Sympathy For The Devil – 18 – Il Violento

Sympathy For The Devil

(Continua da qui)

Attirato dalle bestemmie di quel ragazzo come un fagiano dal richiamo del cacciatore, mi avvicino e lo trovo seduto da solo ad un tavolo, proprio sotto uno dei tanti televisori, con un boccale di birra in mano e lo sguardo fisso sulla partita di football australiano.
O rugby.
O football americano.

Non ne ho idea, non me ne è mai fregato un cazzo di sport, ma non credo che questi debbano essere separati.
Spero che prima o poi qualcuno prenda la decisione di chiamarli tutti allo stesso modo.

Comunque, questo Alan è un tipo vagamente cicciottello, anche se non grasso, con una manica della camicia tirata su e l’altra no e dai capelli che si sforzano di essere pettinati goffamente come una cresta.

«Ciao» gli dico io con un tono di voce abbastanza alto da superare il volume della tv.

«Ehi amico.» mi risponde senza staccare gli occhi dallo schermo.

«Posso unirmi a te?»

«Guarda, il gay “Broncos” è dall’altro lato della strada.»

«Non sono gay, Cristo! Volevo chiederti se posso sedermi al tuo tavolo.»

Neanche mi degna di uno sguardo ma mi fa cenno col palmo della mano aperto indicandomi la sedia vuota, come a dirmi di accomodarmi.

«Sei Alan?»

«Sì, piacere. Tu sei…?»

«Per favore, permettimi di presentarmi. Sono un uomo faco-»

«Dio cane!» urla alla tv.

«Eh?»

«Ma come ha fatto a sbagliare???»

Mi guarda sconcertato, indicando la partita, come se io possa dargli una spiegazione per l’azione di un altro essere umano.

«Ah sì…punti…partite…squadra del cuore…»

«Scusa, ti ho interrotto. Dicevi?»

«Dicevo che…sono in giro da molto tempo, a rubare anima e fede agli uomini.»

«Guarda che il gay bar “Broncos”-»

«NON SONO GAY!» sbraito sbattendo i pugni sul tavolo.

«Ok ok, amico. Calma. Quindi chi sei?»

Non mi va di ricominciare la presentazione di nuovo, quindi sbuffo e gli rispondo.

«Sono il Diavolo.»

«Scusa?»

«Sono il Diavolo!» ripeto scocciato.

«Ti chiamano “il Diavolo”?»

«No, non mi chiamano “il Diavolo”, SONO il Diavolo.»

«È molto più plausibile che ti chiamino “il Diavolo” che tu sia il vero Diavolo.»

«Chi cazzo si farebbe chiamare “il Diavolo”?»

«Beh, c’è un tizio che va sempre al “Broncos”…»

A quel punto poggio i palmi delle mani sul tavolo, mi alzo facendo strisciare la sedia e gli dico con voce cupa e seria

«NON. SONO. GAY.»

Provocando un abbassamento di tensione che per un attimo spegne luci e schermi.

Appena il locale smette di tremare, noto che Alan mi sta guardando stranito, con gli occhi spalancati ed entrambe le sopracciglia sollevate. Poi scoppia a ridere all’improvviso.
Credo sia abbastanza ubriaco da credermi.

«Che ficata! Cioè, sei davvero il Diavolo?»

«Sì…» gli rispondo risedendomi.

«E perché cazzo sei ancora senza nulla da bere? Pops! Vieni qui!»

Il barista annuisce ed abbandona il bancone per avvicinarsi.
Sorrido e ordino un Cognac, XO Pale & Dry, Alan ordina un cocktail dal nome indecifrabile.

Dopo che ci hanno portato i drink, quel paffuto ubriacone diventa subito molto più loquace.

«Scusa se non ti ho creduto prima.» biascica mangiando una nocciolina.

«Non fa nulla, in pochi ci credono subito.»

«Pensavo fossi uno di quei rompicoglioni della curia.»

«Curia?»

«Ma sì, un paio di volte a settimana vengono qui dentro un paio di preti a cercarmi, per il fatto che bestemmio troppo. Ho fatto nove anni di catechismo da loro, proprio non gli va giù. Ma ti rendi conto, Dio bisonte? Un giorno di questi ne stendo uno.»

«I preti sono sempre stati sul cazzo anche a me.»

«Lo sapevo che mi avresti capito. Dopotutto sei il Diavolo, se non difendi tu un bestemmiatore…»

«Ah, io non sono qui per difenderti» dico sorseggiando il mio cognac «L’unica cosa che mi differenzia da Dio è che io non ho preferiti. E poi io non sono un gran bestemmiatore.»

«Ma come? Il Diavolo non bestemmia?»

«Mah, diciamo che le cose preferisco dirgliele in faccia.»

«Giustamente…»

«Poi io e Lui ormai siamo amici.»

«Difendi lui, quindi?»

«No no, non ha certo bisogno di essere difeso da me.»

«E allora? Ammetterai che un po’ stronzo lo è per forza…»

«Beh dai, stronzo…neanche lo conosci.»

«Non di persona, ma su di lui ho sentito un sacco di cose. Guarda che mondo che ha creato, pieno di ingiustizie.»

«Sì…forse poteva evitare il doppiopesismo fra neri e bianchi, questo è vero…»

«Esatto, il razzismo!»

«Veramente io mi riferivo al fatto che i neri hanno il cazzo più lungo, ma anche quello…sì, dai.»

«Quindi lo ammetti che è un porco?»

«Se ti riferisci a quella storia della sua segretaria, è stato assolto con formula piena. Ed è vero che spesso si scorda l’uccello fuori dalla patta dopo essere andato al cesso, quindi io gli credo.»

Alan si mette a ridere, battendo la mano sul tavolo.
Forse ho detto troppo. Divento anche io più loquace quando bevo.

«Così mi piaci, dimmene ancora!» mi urla entusiasta «Ehi Pops! Portaci due bicchieri di Poitìn. E non ti fermare.»

Dopo neanche trenta secondi, quel buffo barman ci porta due bicchieri contenenti un liquore trasparente, un whiskey.

«Ma veramente…non si potrebbe avere del brandy?»

«E basta con questo maledetto Brandy! Lo sai dove servono dell’ottimo brandy? Al “Broncos”.»

«Dammi questo cazzo di Whiskey!»

Sbuffo e bevo tutto d’un fiato.

Per i primi tre secondi non mi succede niente, difatti mi guardo intorno chiedendomi come mai abbia scelto proprio questo liquore.

Poi però sento che quello che ho bevuto mi rimbalza dall’esofago direttamente nel cervello, come una palla da basket.

Porca troia, gli umani non hanno ancora trovato una cura per l’AIDS ma sono riusciti a creare dei drink così potenti.

Ora, mi riesce davvero difficile spiegare quello che è successo nei successivi dieci minuti.
So solo che nel mio primo ricordo da quel momento, ci sono io con un braccio intorno al collo di Alan e con davanti almeno otto bicchieri vuoti che urlo.

«ED HA ANCHE LE EMORROIDI!»

Alan sta ridendo così tanto da sputare verso l’alto gli anacardi che ha in bocca.

«Te lo giuro» continuo «Ho visto tazze del cesso così insanguinate che pensavo fossero dirette da Quentin Tarantino. E poi porta anche il parrucchino.»

«Dio è pelato?» mi chiede sbalordito poggiando il bicchiere.

«Come una palla numero 8!»

Ormai quel cicciottello alcolista è piegato in due dalle risate e sbatte i pugni sul tavolo così forte da bagnare di whiskey le tovagliette di carta.

«Per non parlare di suo figlio: piscia da seduto, non sa fare il nodo ai lacci delle scarpe e non riesce a leggere gli orologi a lancetta.»

Le risate rimbombano nel locale ormai mezzo vuoto.

«Tra l’altro poi ho scoperto che non resuscitò Lazzaro, ma gli disegnò soltanto gli occhi sulle palpebre.»

«Basta, basta!» mi urla «Non ce la faccio più, Dio asino.»

«No, no amico. Un’ultima cosa te la devo dire.» Gli afferro la spalla dall’altra parte del tavolo. «E te lo dico per un motivo molto importante…»

Da osservatore esterno, la pausa che prendo prima di parlare sarebbe potuta sembrare imbarazzante, ma ho preso il tempo necessario per mettere i termini in un ordine tale da dare senso alla frase.

«…ti voglio bene amico.»

Mi avvicino a lui muovendomi sul tavolo coi gomiti, come un marine.

«Ti…ti ho già parlato del fatto che ha un ex-moglie, vero…?»

Lui annuisce, pulendosi la bocca dai residui di bava col polso.

«Ecco…diciamo che non si sono lasciati solo per “incompatibilità”…»

Alan mi guarda, facendomi segno che non capisce.

Io strizzo leggermente gli occhi e gli indico il pacco con l’indice.
Lui se lo guarda, rialza la testa con gli occhi sbarrati e capisce.

«A Dio non si rizza l’uccello?»

«Esatto!» urlo.

Io e Alan cominciamo a ridere come due psicopatici.

Io balzo all’indietro sbattendo il cranio contro la parete, lui cade dalla sedia grondando lacrime e sudore che se tanto mi dà tanto, sapranno di alcol denaturato.

Rimaniamo storditi per un paio di minuti, tenendoci gli addominali che ormai ci dolgono come se ci avessero presi a pugni nello stomaco.

A quel punto, dalla nebbia delle nostre viste, intravediamo arrivare un prete che lentamente si avvicina al nostro tavolo.

«Mi scusi…» accenna timidamente.

«Eh no!» Alan balza in piedi, barcollante ma furibondo, alzando i pugni in una pessima imitazione della guardia di un pugile «Ora basta, mi avete rotto il cazzo!»

Ma prima che lui possa fare qualcosa, io scatto e colpisco il prete in piena faccia con un destro.

Sento quel grosso naso che si piega sotto le mie nocche mentre entrambi cadiamo per terra.

Io subito tiro su la schiena e mi giro verso di lui, ormai incosciente e gli urlo

«Lascia stare Alan!»

Un istante prima di vomitargli dritto in faccia, cambiando così la causa del suo eventuale decesso da “Percosse” e “Annegamento”.

Alan non smette più di ridere, mi tira su poggiando il mio peso sulla sua spalla destra, continuando a ripetermi che sono un grande.

Subito altri due preti si avvicinano per tirare su quello che rimane del loro collega mentre noi due usciamo dal locale.

Il barman si avvicina ai tre uomini di chiesa.

«Oh Gesù, oh Gesù!» urlano loro.

Pops, sparecchiando il nostro tavolo gli si rivolge.

«Beh, scusate se ve lo dico, ma se l’è meritato. Dovreste smetterla di importunare Alan ogni sera.»

I due preti si girano verso di lui.

«Importunare? No, noi non volevamo importunare nessuno. Volevano solo chiedere se sapete dov’è il gay bar “Broncos”.»

 

(Continua qui)

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