Sympathy For The Devil – 30 – Il Traditore

Sympathy For The Devil

(Continua da qui)

Il cerchio dei traditori è un po’ casa mia.

La Barba mi ci aveva relegato prima di affidarmi la gestione della baracca.
Inizialmente ero nel luogo più profondo dell’Inferno, a punire i traditori delle istituzioni supreme.

E questo voleva dire maciullare con le mie fauci Giuda, Bruto e Cassio.
Ma dopo un po’ di tempo Dio capì che ero la persona adatta per diventare il padrone stesso dell’Inferno, spinto anche dalle continue lamentele riguardo ai miei problemi ortodentistici.

Anche se ammetto che stare lì non era tanto male, considerando che la Barba avrebbe potuto eliminarmi dopo avermi sconfitto.

Successe tanto tempo fa.
Ero sempre stato convinto di non essere da meno di Lui.
Mi feci persino crescere un apparato riproduttivo per differenziarmi dagli altri angeli.

Così radunai un foltissimo esercito di ribelli e decisi di dichiarargli guerra.

La battaglia fra me e Dio, con le nostre rispettive armate, fu indescrivibile.

Voi nerd del cazzo, che vi eccitate per gli effetti speciali de “Il Signore degli Anelli”, cachereste anche l’anima dallo stupore se l’aveste vista.

Migliaia di angeli si combatterono in volo e a terra con lance, scudi, fruste, spade e AK-47.
I cieli si tinsero di sangue e il suolo fu scosso dalla violenza delle urla dei feriti.

Dopo otto giorni di furiosi scontri, nessuna delle due fazioni sembrava riuscire a sopraffare l’altra e visto che non c’erano significativi passi avanti, se non la clamorosa quantità di piume con cui imbottire i cuscini, decisi di farla finita.

Approfittai di un momento di distrazione delle fila nemiche per intrufolarmi nel loro campo e attaccare Dio.

Lui però ha questo fastidiosissimo vizio dell’onniscienza, quindi sapeva che sarei arrivato.
Sfondata la porta con un calcio, ci ritrovammo soli.
Io e Lui, in piedi nel gigantesco salone della sua abitazione.

Dio mi guardava, solenne e slanciato, con una setosa barba nera e pronto a combattere.
La sua armatura era argentata con sottili finiture dorate all’altezza delle giunture, con un occhio dentro un triangolo raffigurato sul petto.

E questa armatura gli calzava a pennello.
Perché a quei tempi Dio era magro, non come ora che ha una discreta pancia da alcolista.

La sua spada aveva un’elsa colossale ed era coperta di fuoco, mentre il suo scudo era color rame e non presentava neanche una scheggiatura.

Io ero vestito quasi totalmente di rosso, anche la mia armatura era coperta di pelle porpora, la custodia della mia spada era sulla mia schiena con sopra il disegno di un serpente, mentre sul mio scudo campeggiava la scritta “Be God or Die Tryin’ “.

«Sei pronto, Dio?» gli chiesi sguainando la spada.

«Certo Lucifero. Sia fatta la Mia volontà.»

«Giammai!» gridai.

Subito ci lanciammo uno contro l’altro.
Il rimbombo delle spade che cozzavano con gli scudi fu assordante, le scintille dell’incrociarsi delle lame avrebbe potuto provocare incendi.

Io ero più agile ma lui era più potente, quindi ero costretto a provare ad evitare i suoi colpi il più possibile fino a che non si fosse stancato, perché non riuscivo a superare la difesa del suo scudo.

Il duello andò avanti per due giorni e due notti, senza che nessuno dei due riuscisse a prevalere sull’altro.
Ma lentamente capii che Dio stava cedendo.

A un certo punto, Lui si distrasse perché uno dei miei fendenti, andato a vuoto, colpì e distrusse una delle sue poltrone in velluto blu.
Allora decisi di gettare a terra lo scudo per approfittarne e colpirlo.

Ma la Barba se ne accorse e reagì come più brutalmente non si può: mi sferrò un poderoso calcio nei coglioni, facendomi pentire di essermeli creati.

Se pensate sia una cosa da nulla è perché non avete mai ricevuto un calcio nei coglioni da Dio.

Il dolore mi pervase tutto il corpo, lasciai cadere la spada e mi inginocchiai tenendomi le palle con tutte e due le mani.
Dio si avvicinò a me, gettò lo scudo e sollevo lo spadone infuocato, apprestandosi a darmi il colpo di grazia.

«Addio Lucifero» disse con tono punitore.

Ma proprio un istante prima che il fendente fosse lanciato, riuscii a reagire dandogli un pugno nelle palle con tutta la forza che mi rimaneva in corpo.

La spada infuocata cadde dietro la sua schiena bucando il pavimento in marmo bianco, Lui urlò e cadde su un fianco tenendosi lo scroto, proprio come successe a me.

«Ti arrendi??» gridai con una guancia sul pavimento.

«Mai! E tu?» mi rispose.

Potevo distintamente sentirlo tossire per il dolore.

«Mai! Vaffanculo!»

Proprio in quel momento, dalla porta, o da dove prima c’era una porta, entrò l’arcangelo Gabriele con la tunica sporca di sangue.
Presumibilmente sangue di ribelli.

In mano aveva il vessillo del mio esercito, bruciacchiato e con qualche lacerazione.

Ma era ben visibile il simbolo del serpente attorno a una mela.

«È finita, Signore.» disse col fiatone «La guerra è finita. Abbiamo vinto.»

E così sono finito all’Inferno.

Traditore

Sento una sorta di magone allo stomaco, un misto di eccitazione perché sto per finire questa specie di missione che mi sono auto assegnato e di preoccupazione perché devo fare di fretta, visto che dovrò ritornare subito all’Inferno per risolvere questa grana.

Il profilo è quello di un fedifrago cronico.

Hitler sa che mi piace questo genere di peccatore, perché non solo tradisce chi si fida ciecamente di lui ma si porta dietro anche un clamoroso senso di colpa.
Una sorta di punizione preventiva.

Si chiama Joris, ha quarantatré anni e vive a Leida, in Olanda.
La sezione trasporti è deserta, sono tutti in giro a provare a porre fine a questa cazzo di ribellione.

Decido di presentarmi nella mia forma classica: slanciato, caucasico, giacca e cravatta nere con camicia bianca, sottili baffetti e capelli corti e ben pettinati.
Mi piace avere un tocco di “Old School” in certe cose.

Subito appaio in Olanda.
Sublime luogo di dannazione, anche perché sono riusciti a non far coincidere il peccato col reato. Prostituzione e droga sono legali. Peccano senza neanche la paura della galera, meraviglioso.

È notte.
Una bellissima notte.

Prendo un bel respiro e penso che questo sarà l’ultimo peccatore che incontro.
Spero di divertirmi anche stavolta.
E di non venir picchiato da nessuno.

Sono fuori da quella che dovrebbe essere l’abitazione di Joris e salgo i pochi scalini che mi avvicinano alla porta.
Quando vedo qualcuno che esce da una finestra del primo piano.

Strizzo gli occhi e vedo un omino che si appende con le braccia al cornicione per saltare da un’altezza di tre metri fino a terra, per poi scappare via.
È esile ma sembra abbastanza veloce.

Faccio in tempo a riconoscerlo.
È Joris. Lo vedo correre velocissimo per allontanarsi da quella casa e comincio ad inseguirlo.

È molto agile, salta un muretto con un solo balzo.
Deve fare parkour.
Oppure è così abituato a fuggire dai mariti gelosi che è diventato una specie di Spiderman dell’infedeltà.
Ridacchio mentre lo inseguo, chissà da chi sta scappando.

Ma mi stufo di inseguirlo a piedi, quindi appena lo vedo girare in un vicoletto, gli appaio davanti.

Lui si ferma e mi guarda. Io mi sistemo la cravatta.

«Ciao Joris» dico «Permettimi di presentarmi.»

Mentre dico queste parole, Joris mi mette una mano sulla bocca e con l’indice mi fa segno di stare zitto.

«MHMHH.» mugugno.

«Sei il Diavolo, vero?» mi fa.

Io resisto alla tentazione di amputargli la mano e annuisco.

«Allora fai attenzione, è una trappola.»

(Continua)

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