Lì fuori c’è la morte

Edward Gorey - Death and the kids
(Edward Gorey – Death and the kids)

 

“Pensi spesso alla morte?”

Mi chiedo se le persone rispondano mai sinceramente a questa domanda.

Oddio, non è proprio un quesito che viene posto quotidianamente, non vedi mai una nonna che porta il nipotino di 11 anni da Mc Donald’s e mentre lui addenta il suo Crispy McBacon senti lei chiedergli qual è la sua opinione sulla morte prima di sapere se vuole le patatine che a lei non vanno.

Ma comunque,

io penso spesso alla morte, specialmente a quella di Giovanardi e quindi mi trovo più volte a rifletterci.
Non tanto a come sarà, cosa comporta, se ci sarà qualcosa dopo di essa. In questo campo ognuno ha le proprie opinioni e non sia mai che io critichi le idee di voi idioti che credete esista un aldilà.
Non sia mai.

La morte per me è chiaramente un problema dei vivi, non ho mai letto un’intervista in cui un morto dichiarava che il suo decesso non gli è sembrato poi così orribile come tutti dicono.

Non è neanche parte della vita, lo dice la parola stessa: l’etimologia del termine “Morte” proviene da quello latino mors (e dal verbo mori) che a sua volta deriva dalla radice sanscrita mar-trasformatasi poi in mor-, che tradotta letteralmente in italiano significa: “L’etimologia è una scienza che non serve a una ceppa di cazzo”

Ciò che mi incuriosisce sono le implicazioni derivanti dalla morte, specialmente quelle sociologiche.

Paradossalmente la morte è il motore che spinge il mondo. Verso il basso o verso l’alto.
La paura di morire è ciò che fa impegnare le persone, che le spinge ad innamorarsi e a lasciare un segno nelle vite altrui.
Ma è anche ciò che spinge alla depressione, alla solitudine, alla follia e a farsi i tatuaggi con l’hennè.

Va detto che pian piano però questa sensazione sta scomparendo nella mente degli esseri umani, basti vedere come attraversano la strada.
Ma io mi chiedo: uomini e donne che hanno perso la paura della morte, sono ancora degni di essere definiti razza dominante?

La cosa principale che ci distingue dalle bestie non è affatto l’ingegno, la capacità di parlare o i pollici opponibili, ma la consapevolezza che si muore.

Gli animali non lo sanno.
Ed è il motivo per cui se randelli un cagnolino sin da piccolo lui diventerà mogio e sottomesso, perché crede che la sofferenza durerà per sempre, non sa che prima o poi tutto finisce comunque. Perché se lo sapesse ti salterebbe addosso con la bava alla bocca staccando quelle due ciliegie di Vignola che hai al posto dei testicoli.

Noi no.
Noi abbiamo raggiunto un livello di intelletto tale che SAPPIAMO per certo che esiste la morte.
E invece di sfruttare questa conoscenza capendo che dobbiamo vivere al nostro meglio cosa facciamo? Ricopriamo la morte di un’inutile, fastidiosa aura di sacralità.

Non si può parlare della morte, non si può pensare alla morte, non si può scherzare sulla morte.

 

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(5 Second Films)

 

La mia teoria è un po’ diversa.
Ecco a me la morte non sembra nulla di speciale.
La morte mi annoia.
È certa, è banale, è ordinaria.

Ce l’hanno tutti.

In fondo siamo tutti malati terminali, quello che cambia è solo la data di scadenza.
Ed è strano che si cerchi di dare importanza in vita ad un atto che con la vita non ha nulla a che fare.

Ma io ho visto morti cambiare il modo in cui si vedono le persone. Cambiare il modo in cui si vede il mondo. Cambiare il mondo stesso.

Basti pensare alle due più grandi tragedie del dopoguerra, quelle che sono riuscite ad unire cuori e menti di tutto il mondo.
L’attacco alle Torri Gemelle.
E la morte di Marco Simoncelli.

Tutti si ricordano dov’erano l’11 settembre e tutti si ricordano dov’erano quando è morto Simoncelli.

Il primo evento ha cambiato il modo di vedere il terrorismo, i fondamentalisti religiosi, la sicurezza negli aeroporti e le richieste di aumento salariale dei lavavetri.

Mentre il secondo ha unito un intero paese che ha assistito inerme alla morte di un ragazzo simpatico, spensierato e che è deceduto facendo ciò che amava: essere romagnolo.

(Che poi, quell’orticante, fastidiosa ondata di solidarietà che coprì l’Italia arrivò solo perché Simoncelli era giovane, lo conoscevano in pochi e perché aveva dei capelli buffi. La verità è una sola: Simoncelli è morto solo prima di fare in tempo a starci sui coglioni.)

In molti diventano immediatamente simpatici dopo che la loro vita è finita.
Perché la morte glorifica, la morte rende immortali. Anche se in alcuni casi questo processo è talmente esagerato da risultare ingiusto.

 

Vi do una prova: Roland Ratzenberger.

 

 

Sapete chi è?

 

 

No?

 

 

Ok, vi do un minuto per cercare su Google.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fatto?
No?
Ok, un altro minuto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fatto? Bene.

Se siete dei pigri rompicazzo che hanno scrollato in basso e basta, ve lo dico io.

Roland Ratzenberger era un pilota di Formula 1, morto durante le qualifiche del Gran Premio di San Marino, il 30 aprile del 1994.

Il giorno dopo, nella gara vera e propria, morirà anche lui in un incidente il pilota brasiliano Ayrton Senna.
Che entrerà nella leggenda.
Mentre Roland Ratzenberger non è e non sarà mai ricordato da nessuno.

E il motivo è semplice: era una sega.

 


(Death – Hogfather)

 

Sono queste le distorsioni che porta la morte, ai vivi.

E per questo penso spesso alla mia di morte.

Ognuno di noi se ne andrà con una domanda tremenda in testa che non avrà risposta: “Come reagiranno alla mia morte?”
E ovviamente questa domanda me la faccio spesso anche io.

Credo che prima di tutto dipenderà da quando morirò.
Se morirò giovane probabilmente avrò tanta compassione da parte delle persone più grandi di me. Come se ci fosse un’età nella quale è più tragico morire.
(Se non sei famoso.Quando è morto Nelson Mandela ci fu un alone di tristezza che coprì il mondo intero. Teste di cazzo invece di essere contenti che è campato fino a 95 anni.)

Poi penso che dipenda anche da come morirò.

A dire il vero vorrei morire ad un funerale, tanto per rubare l’attenzione al morto.
Ma le opzioni sono tante.

Potrei morire in un tragico incidente e le reazioni sarebbero abbastanza banali.

“È orribile, che disgrazia…”

“NO, NOOOOOOOOOOOOOO! DAN, NOOOOOOOOOO NON ESISTE UN DIO, NOOOOOOOOOOOOOOO!”

“Sì, però anche lui poteva evitare di andare a twerkare nudo nella gabbia dei leoni allo zoo ricoperto di salsa Worcester. Non ti può andar bene ogni santo giovedì sera.”

Il suicidio potrebbe essere una buona alternativa, ho sentito che i suicidi scopano tanto.
Ho già in mente come: farò un video su YouTube in cui ballo “Happy” di Pharrell e alla fine della coreografia mi sparo in bocca.

Escludo invece categoricamente di morire di vecchiaia, mi suona come una cosa da anziani.

Di sicuro però morirò come ho vissuto: morendo.

E quindi?
Dopo che sarò morto cosa succederà?
Non lo so. E non lo potrò mai sapere.

Forse qualcuno sarà dispiaciuto, qualcuno piangerà, specialmente la mia famiglia.
Qualche amico posterà una mia foto su Facebook con un commento spiritoso ma carico di dolore perché “Lui avrebbe voluto così”.

Io invece penso che la prenderò bene. In fondo è la mia morte, voglio gestirla come voglio.

Ad esempio voglio che le mie ceneri siano sparse sopra la mia salma.

Tutto questo per dire cosa?
Non lo so ancora.
La paura di morire è sempre presente in me, come in tutti.

Come dice George Carlin “È un pensiero sempre sotto la superficie.”

Ma l’idea della mia morte non mi spaventa più di tanto.
Perché come ho già detto, sarete voi vivi a doverla affrontare

Quindi quando morirò sarà un problema vostro.
Anche se forse, come ho detto, visto che sarò morto vi diventerò subito simpatico.
Quindi ora che ci penso, forse mi conviene morire al più presto

In fondo la morte non dev’essere poi così male se i teschi sorridono tutti.

 

 

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