Ho visto una corrida

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Ci sono tante, tante cose di cui non vado fiero nella mia vita, come ad esempio la mia vita.
Ma quest’estate è stata una continua ricerca di nuovi elementi da aggiungere alla lista. E penso di esserci riuscito.

Ma andiamo con ordine.

Per la terza volta in vita mia sono stato in Spagna; dopo Madrid e Palma di Maiorca è stata la volta di Valencia, una città così ordinaria da essere soprannominata “la Valencia di Spagna”.
La settimana è volata via in fretta fra mare, musei, locali e decorazioni delle fermate della metropolitana che sembrano dildo giganti.

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Ovviamente Valencia non mi si è presentata come un’isola felice: il primo giorno ho beccato una bufera clamorosa, negli altri giorni la temperatura minima è stata di 38 gradi e anche in Spagna ho riscontrato la presenza della più fastidiosa piaga di questo secolo, molto (troppo) diffusa nei paesi cosiddetti “Civilizzati”: gli italiani.

Neanche a Roma ne ho mai visti così tanti.
Gli italiani sono i pugliesi del mondo: sono ovunque, sono rumorosi e parlano ad un volume tale da farsi riconoscere da tutti i loro simili nel raggio di 700 m. Ovviamente non è una novità, moltissimi italiani vanno in vacanza in Spagna, anche se non ho mai capito il perché visto che la gonorrea potrebbero prendersela tranquillamente a casa loro.
Ma questa è un’altra storia.

Comunque, io e i miei due amici alloggiavamo vicino alla Plaza de Toros, cioè l’arena in cui si svolgono le corride. Un giorno, tornando dal mare, ai suddetti amici torna in mente la malsana idea, già paventata nelle ore precedenti e da me rifiutata scherzosamente perché pensavo si trattasse di un delirio da sole, di andarne a vedere una.

Provo ad obiettare che l’idea non mi attira affatto, pur sapendo che non ho la minima capacità di impormi quando loro propongono qualcosa. Loro ribattono dicendo che l’alternativa per la serata sarebbe stata andare in discoteca.

Quindi la scelta mi è sembrata ovvia: andiamo a vedere dei deficienti vestiti come delle bomboniere mentre uccidono degli animali fra il delirio della folla.

Quindi sì, ho visto una corrida.

È uno spettacolo unico, incredibile, straordinario, pazzesco e assolutamente disgustoso.
Non credo sia possibile definirlo in maniera diversa, senza tutti questi aggettivi insieme.

È un qualcosa di rivoltante e schifoso, che però credo vada visto nella vita.
Tipo “Two Girls, One Cup”.

L’evento a cui ho assistito vedeva protagonisti due toreri, tali Rafaelillo e Manuel Escribano, che avrebbero “affrontato” ben sei tori, tre l’uno.

All’entrata dei picadores (dei ciccioni che feriscono i tori con una picca mentre sono su dei cavalli sedati e bendati, sennò col cazzo che si farebbero incornare) comincia già a venirmi la nausea, non lenita dal fatto che devo spiegare ad uno dei miei amici che il toro muore sempre alla fine della corrida, visto che non lo sapeva.
Probabilmente era convinto che esistesse il pareggio…

“Ma muore sempre?”

“Sì, Fabbrì, muore sempre…”

“Ma pure se ammazza il torero?”

“Se ammazza il torero, muore peggio. Pensi che se il toro uccide il torero arriva l’arbitro a dargli la cintura di campione dei pesi massimi?”

Non mi vergogno di dire che quando il primo torero tira fuori per la prima volta la muleta, il drappo rosso (che per chi non lo sapesse è il terzo conclusivo della corrida, quello in cui si colpisce il toro con una spada, accompagnato da una banda musicale) mi viene da piangere.
Il buon Rafaelillo non riesce ad ucciderlo al primo colpo, quindi deve colpirlo per tre volte quando è ormai a terra, prima che uno dei suoi galoppini lo accoltelli nel cranio, girando il coltello per essere sicuro di aver fatto bene il suo lavoro.

La folla apprezza poco e l’applauso misto a qualche fischio è ciò che più mi fa venir voglia di vomitare mentre tengo la testa fra le mani, distrutto dal fatto di dover assistere ad altre 5 di queste porcate.

Lo sguardo si sfuoca e si fissa sulla sabbia giallo piscio dell’arena per le successive due ore, scostandosi solo per osservare le facce soddisfatte di quelle circa 8.000 bestie che esultavano sugli spalti. Un “Ooooh” di stupore mi sveglia dal torpore, è riferito al secondo torero, Manuel Escribano, un fighetto biondo e presuntuoso i cui denti bianchi si vedevano dall’ultima fila dell’arena, su cui noi eravamo seduti perché…beh, perché siamo dei morti di fame.

Questa specie di Justin Bieber delle corride stava già usando la muleta con il toro, un’amorevole bestiolina di 645 Kg di nome Ratòn (Sì, perché gli danno anche dei nomi. Rende tutto più umano).

Decido di alzarmi e andarmene, i miei amici non capiscono cosa stia facendo ma mentre chiedo permesso a quelli seduti accanto a me per farmi passare decido di dare un ultimo sguardo a questo cacata.
E accade questo.

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Ora,
non so se esista un metodo sicuro per riuscire ad attirare l’attenzione di un’arena con dentro 8.000 persone mentre l’uomo che tutti guardano, per fare il figo, lascia drappo e spada e per tutta risposta viene incornato due volte da un bestione di 645Kg.

Ma se esiste, questo metodo è certamente urlare “SSSSSEEEEEEEEEEEEE!” come un pazzo nel preciso momento in cui tutto il pubblico ammutolisce e la banda smette di suonare.
Tre quarti dei presenti mi guardano come se avessi appena ammazzato un animale.
(Ok, ho scelto un pessimo esempio, ma sì, insomma, mi guardano male)

I miei amici scoppiano a ridere, io con loro e quindi decido di allontanarmi in silenzio, prima di diventare il settimo della lista.
Uscito mi fermo a guardare l’arena dall’esterno e vedo la folla pronta ad accogliere i loro eroi come delle moderne rockstar.
Vedo una mamma con un bambino piccolo, che gioca con un drappo rosso e una spada giocattolo.

E penso.
Penso che ogni tanto dimentico che tipo di essere sia l’uomo, specie immerso nella sua dimensione sociale. Un essere che ha bisogno di riti, simboli, nel senso sociologico che gli dà Murray Edelman, perché ha paura. E la forza simbolica derivante da questi riti è, in un certo senso, rassicurante.

Fa dimenticare agli adulti tutto ciò che li riguarda e affascina i bambini affinché crescano con la fascinazione di tale rito.
Un circolo, né virtuoso né vizioso, che inizia con il totemismo e continua ancora oggi con riti come le elezioni politiche, le corride, le messe religiose e “Il processo del Lunedì”.

Quindi forse sono io ad essere quello sbagliato.
Perché non provo nessun sentimento verso i simboli, odio i riti, odio l’appartenenza, odio il consenso, odio l’aggregazione forzata.
Insomma, non sono un essere sociale.

Probabilmente è così.
Anche perché, se lo fossi, invece di vedere una corrida, avrei scelto di andare in discoteca…

E così sono tornato qui, a casa mia, a Roma.
Presto mi ributterò nello studio, dovrò laurearmi. Molte cose stanno per cambiare nella mia vita.
Visto che, forse, (grossa novità) potrò iniziare un lavoro che mi piace.

E magari questo è il modo in cui il karma vuole ricompensarmi per la brutta giornata che ho passato quella volta.

Anche perché poi, la sera, siamo andati in discoteca.

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5 Risposte to “Ho visto una corrida”

  1. È da 9 anni che vivo in Spagna e sono orgogliosa di non essere mai andata a vedere una corrida. Cioè, ne ho viste tante, ma nell’altro significato di “corrida”… che tu sai benissimo qual è, giusto?
    Las corridas sin toros molan muchísimo más ;)

  2. MrGallit Says:

    Non vengo qui per farti cambiare idea sulla corrida, ma hai scritto qualche piccola inesattezza. Primo, non è vero che il toro non si salva mai, anzi, la corrida perfetta finisce con l'”indulto” cioè torero e pubblico chiedono la grazia del toro che da quel momento diventa un toro da monta, in libertà, e fa una vita da re. Sono pochi gli indulti, pochissimi, ma quando ci sono vuol dire che lo scopo del torero, quello di “insegnare” l’arte della corrida al toro, è stato portato a termine. I tori non vengono mai ne drogati ne sedati, per due ragioni semplici. Non vengono sedati perchè se no non ci sarebbe corrida. Non seguirebbero il movimento si sdraierebbero senza fregarsene di quegli umani vestiti in modo ridicolo che gli scorazzano intorno. Non vengono drogati perchè se il torero non può leggere il movimento del toro prima rischia di essere incornato. Paradossalmente più il toro sta incazzato e carica meno pericoloso è per il torero. Potrei andare avanti per altre due ore, perchè l’arte della corrida per quanto crudele e comprensibilmente odiata a chi non l’approva, è un’arte antica centinaia di anni, con sue regole, con tecniche, uno studio e un allenamento profondo. Per vederla e capirla bisogna conoscerne l’iconografia e l’iconologia di ciò che rappresenta. Ci vogliono anni se non si è cresciuti in quel mondo. Con questo non voglio nemmeno discutere se sia giusta o sbagliata. I tori, per finire, selezionati per le corride sono una razza antichissima rimasta in vita per le corride, che sicuramente fanno una vita migliore dei bovini in batteria, ad allevamento estremo. Questo invece è un dato di fatto, come è un dato di fatto che grazie all’allevamento libero, selvaggio di questi tori, migliaia di ettari di territorio in Spagna sono rimasti intatti. Non ti consiglio di andare a visitare se non con una guida perchè sono pericolosi per davvero. Un toro allo stato brado è peggio che in una arena, dove ha oggettivamente paura. Se un giorno avrai voglia o tempo di tornare a vederla, ti consiglio di leggere prima un libro di uno scrittore romano, Matteo Nucci, che si chiama “Il toro non sbaglia mai”. A prescindere dal giudizio in merito alle corride è un gran bel libro! Scusa per l’intervento, ma son capitato per caso sul tuo blog e ho letto questa tua esperienza taurina…

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