Come una partita a “Tombi!”

giphy

Uno di miei difetti è che non mi entusiasmo mai.

Non è mai successo, non mi entusiasmo ai compleanni, quando vince la mia squadra del cuore, non mi sono entusiasmato quando ho perso la verginità con una bella ragazza, non mi sono entusiasmato neanche quando poi l’ho persa con una bella ragazza vera e non con un pupazzo di cartapesta che avevo appositamente farcito con lasagne ai funghi e besciamella per avere un effetto più realistico.

Non so se sia una questione di carattere, se sia perché non ho mai avuto niente di cui gioire davvero o più semplicemente perché sono un rompicoglioni ma è sempre stato difficile vedermi davvero contento. E questo ha sempre fatto storcere il naso a chi mi sta intorno, che si fa sempre strane idee su di me credendomi depresso, strano, matto o peggio ancora, vegano.

Qualche giorno fa mi sono laureato, con voto 110/110 e Lode.
E questo mi ha fatto pensare.
Innanzitutto, ho perso tutto quello strano rispetto che provavo verso questo voto.

Suona da sempre così imponente, così fiero.
“110 e Lode”.
Non solo ti hanno dato il massimo, ma ti danno anche una lode.
È come se dopo un pompino, lei ti mettesse sullo scroto un’etichetta con scritto D.O.C.

Immaginavo che per essere laureato con 110 e Lode (no dico, ma sentite che termine potente?) dovessi avere una mente superiore, carisma, non uno come me che continua a scaccolarsi ai semafori.
Quando è a piedi.

(Questa è la parte dove dovrei mettere la mia foto in giacca, cravatta e con l’alloro in testa ma mi è stato detto che vestito così “non sono io”, quindi ecco il disegno di una ragazza che lecca la fine di un trancio di pizza attraverso un glory hole)

Pizza-Scans_Page_301

Comunque, dopo essermi laureato, dopo la cerimonia, dopo gli abbracci e le congratulazioni, mi sono sentito strano.
Non entusiasta, intendiamoci.
Ma strano.
In fondo essere un neolaureato non è nulla di speciale, sei solo un disoccupato che ha meno motivi di esserlo rispetto agli altri.

Però ho provato un senso di vuota soddisfazione, di grigia completezza.
Sono stato (forse anche troppo) premiato dopo anni di (forse neanche tanto) duro lavoro che mi ha portato ad un’ottima (forse nemmeno tanto) discussione davanti alla commissione.
Magari è quel difetto che hanno i traguardi che rincorri per tanto tempo e che una volta raggiunti non sono mai esattamente come li immaginavi.
Se vai a vedere il Grand Canyon noterai che non è affatto maestoso come in cartolina ma è soltanto un merdoso buco per terra.

Credi sempre che raggiungere un traguardo ti faccia sentire realizzato, completo, felice.

Come quando finisci un bel videogioco.
Come quando finisci “Final Fantasy”.
Come quando finisci “Chrono Trigger”.
Come quando finisci “Zelda”.

Io mi sono sentito come quando ho finito “Tombi!”.

Tombi-PS1-cheats

“Tombi!” (titolo originale “Tomba!” in Giappone, cambiato in Europa per l’evidente omonimia con il famoso attore cinematografico e artista polivalente Alberto Tomba) è un platform a scorrimento uscito per Playstation nel 1998.

Per chi, come te che leggi (che sei strafigo/a, che in quegli anni facevi sport, ti divertivi e ti scopavi la babysitter ucraina), non lo sapesse, in quegli anni andava molto di moda la cosiddetta “Modifica” della Playstation che rendeva possibile giocare con i dischi modificati, venduti abusivamente.

(Rendo noto questo fatto in quanto laureato con 110 e Lode e certo che il reato sia caduto in prescrizione)

Questo permetteva a bambini come me di giocare a un numero imprecisato di titoli senza spendere cifre esorbitanti, vivendo in simbiosi con la console Sony, che sono arrivato a ribattezzare affettuosamente “Genitore 3”.

Un giorno in cui, come spesso accadeva, mi riempii le tasche di giochi farlocchi venduti dai marocchini (termine generico e, me ne rendo conto solo ora, un filino razzista con cui chiamavo ogni venditore abusivo di origine nordafricana) mi ritrovai a provare questo “Tombi!”, gioco in cui un ragazzino è costretto a combattere contro un esercito di maiali cattivi ed avidi di denaro, metafora perfetta per spiegare ai più piccoli cosa succede a catechismo.

Questo gioco mi prese subito perché divertente, immediato e coloratissimo.
Ma dopo il primo giorno, notai che non si potevano salvare i progressi fatti durante le partite.
Ci riprovai ogni volta.
Ma niente.
Ogni volta dovevo ricominciare la partita dall’inizio.

Mi piaceva e volevo finirlo, ma non potevo spegnere la Playstation, dovevo ogni giorno partire da capo e finirlo prima di dover andare a letto.
Ogni giorno.
Le stesse cose.
E quando mi sembrava di aver fatto dei passi avanti, arrivava mia madre a dirmi di chiudere tutto perché dovevo andare a scuola il giorno dopo.
Non spegnevo mai la Playstation, non pensavo ad altro, non uscivo, non mi godevo niente, in un torbido e infinito wormhole videoludico.
Ormai avevo perso quella sorta di entusiasmo iniziale, era inerzia, era un peso che mi portavo dietro andando a scuola, a pranzo, a cena e a dormire.

La mia vita universitaria mi ha dato la stessa sensazione.
La fine non arrivava mai, ricominciavo ogni giorno allo stesso modo, non mi godevo niente, ogni piccolo passo avanti veniva ammortizzato dall’enorme cammino che continuavo ad avere davanti, senza intravedere la fine.
Stesso peso, stessa solitudine mentale, mai attenuata dagli altri esseri umani che ho incontrato in questo periodo.

Dopo essermi laureato mi sono sentito soddisfatto, ma allo stesso tempo stanco, svuotato, incredulo.
Proprio come quando ho finito “Tombi!”, dopo un’estenuante maratona in cui il mio unico mezzo di sostentamento erano i Tronky (ennesima cosa in comune con il mio percorso universitario).

E adesso come allora, mi guardo intorno.
Con un po’ di fiatone, le palpebre pesanti e almeno 10 Kg in più.
Come se fossi uscito da una cella criogenica.

Mentre mi rendo conto che il difficile è appena iniziato.
E che se i miei genitori ci tengono al fatto che io mi trovi un lavoro, farebbero meglio a togliermi internet e Playstation.

Il futuro è brutto, sporco e cattivo.
Mi fa tanta, tanta paura.

Però ora si inizia.
Coi curriculum, con le responsabilità, con la vita vera insomma.

Prima o poi bisognava iniziare.
Bisognava iniziare a giocare a qualcos’altro.
Con la tensione e il minimo di entusiasmo che c’è all’inizio di ogni partita.

Spero solo che nel frattempo, siano usciti giochi decenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Voglio morire.

 

 

 

 

 

P.S.: Immagino che chiunque legga questo blog (tranne i circa 35.000 in due giorni che l’hanno visitato dopo la querelle con Ezio Bosso, figli di puttana che non siete altro) si sia rotto un po’ il cazzo di leggere pezzi su di me. Dal prossimo tornerò a scrivere racconti e cose non legate alla mia vita.
Che quando non prendo per il culo un disabile, non è mai così interessante.

Ci si legge, 

Dan

 

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3 Risposte to “Come una partita a “Tombi!””

  1. StoCazzo Says:

    ma infatti chittisincula! vogliamo indigniarci

  2. Uh! Mabbravo. Me ne accorgo solo ora, meglio tardi che mai. Son contenta così, retrospettivamente, a buffo. Grazie per aver aggiunto questo tassello d’ausilio alla mia comprensione del mondo, e al ripristino di un minimo entusiasmo verso il medesimo.

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