La peperonata della creatività

Posted in Peyotes with tags , , on 24 giugno 2016 by Mean Cactus

1fd60999-9766-4074-a513-3a8443675bbc

La creatività.
È quella cosa che distingue gli umani dagli animali e dai fratelli Vanzina.

La capacità di creare dal nulla, assemblare elementi diversi fino a formare qualcosa che prima non esisteva è peculiarità dell’Homo sapiens sapiens.
Questo accade sin dalla notte dei tempi, con le incisioni sulle pareti delle grotte, passando per i geroglifici, la pittura, la scultura, la musica, il teatro, il cinema e i vestiti Desigual.

A prescindere dalla qualità della creazione, nell’ultimo decennio pare che la creatività si sia dimostrata una risorsa finibile, come il petrolio e il parcheggio a Trastevere.

Sempre più facile è, infatti, vedere utilizzate delle scorciatoie o mezzi alternativi per sfuggire alla condanna del pensiero creativo. Per produrre materiale nuovo non ci si inerpica più per il tortuoso percorso della creazione, ma si prova a vivere di rendita.

L’esempio più lampante dell’ultimo periodo sono i cosiddetti reboot, la peperonata della creatività.

Per reboot si intende la riscrittura parziale degli elementi narrativi in un’opera di fantasia, con la rottura della continuità e della timeline del materiale originale.
Questo espediente viene usato da decenni, per dare nuovo slancio e vitalità ad alcune opere di fantasia, come Godzilla, Dracula, King Kong e il PCI.

Da qualche anno però i reboot sono sempre più frequenti, non c’è più voglia di creare storie nuove, si vogliono sempre e solo sfruttare le vecchie.

 

11

 

Perché il reboot è come il pranzo di Santo Stefano fatto con gli avanzi di Natale.
Prendi ciò che rimane di qualcosa che ti è piaciuto, provi ad aggiungerci qualcosa e scaldi il tutto perché non hai voglia di cucinare niente di nuovo.
Alla fine ne esce qualcosa senza sapore, che non ha più nulla delle cose buone dell’originale e che ti fa venir voglia di alzarti prima della fine per via della cacarella.

E questo succede in molte maniere diverse: con i film, nessuno ha voglia di creare storie nuove, ma si provano a modificare quelle già esistenti. Nei prossimi anni sono già stati programmati i reboot di Jumanji, dei Power Ranger e de Il Libro della Giungla, gli unici pensieri felici della mia infanzia ancora non distrutti dalla verità, come la non esistenza di Babbo Natale o quella dell’andropausa.

Questo viene fatto anche per le serie tv, visto che a breve usciranno quelle basate sui film L’Esorcista, Rush Hour e persino Arma Letale.
Oramai non c’è più nessuna spinta a creare, a mettere in scena qualcosa di nuovo.

Una menzione a parte va fatta per i franchise dei film derivanti dai fumetti: la narrazione di diverse origin-story per lo stesso personaggio è una pratica molto usata nell’ambito fumettistico, quindi non c’è da stupirsi se questo viene riproposto anche in campo cinematografico, magari per rendere la storia più adatta al periodo storico.
Nel prossimo reboot su Spiderman infatti, si scoprirà che il ragno radioattivo che morde Peter Parker è crudista.

In ogni caso queste rielaborazioni cinematografiche non sono solo mosse dalla pigrizia, ma anche dal solito, inarrestabile desiderio di fare soldi.
Difatti sono un modo sporco e disonesto per toccare corde dell’inconscio degli spettatori che hanno amato certe storie e sentono il richiamo irrefrenabile di vedere qualsiasi cosa possa essere anche minimamente legata ad esse.

Anche se da un po’, la corda pare essersi spezzata.

Il caso più clamoroso è di quest’anno: per luglio 2016 è stata programmata l’uscita del reboot del film Ghostbusters (che spero abbiate visto, altrimenti congratulazioni per avere una merda di cavallo al posto dell’anima).

Il reboot è andato in una direzione particolare, per la quale è stato previsto un cast dei protagonisti tutto al femminile. Casting che, personalmente, vedo con scelte molto simili a quello fatto per il film originale.

 

Una stella affermatasi nel Saturday Night Live
wiig murray
Kristen Wiig  Bill Murray

Un attrice/attore comico e caratterista che viene sempre dal SNL.
kate dan
Kate McKinnon – Dan Aykroyd

Un attrice/attore che ha spesso lavorato come autore e che sta avendo successo in età avanzata.
melissa harold
Melissa McCarthy – Harold Ramis

Un personaggio negro che nessuno ricorderà mai.
neri
Leslie Jones – Ernie Hudson

Cazzate femministe o anti-femministe a parte, il film è stato colpito da un’ondata di odio senza precedenti.
Il trailer di lancio del film è diventato il trailer con il maggior numero di dislike della storia di YouTube.

gurdian

Ad oggi, i pollici in basso sono 882.736.
Ma il numero è in costante aumento.

Cattura

Perché lo fanno allora?
Perché sanno che gli spettatori sono bambini.
A volte bambini alti, ma sempre bambini.

Bambini che magari capiscono che c’è sotto una fregatura.
Ma che quando vedono nello show di Jimmy Kimmel, i cast dell’originale e del reboot, ballare sulla colonna sonora di Ghostbuster suonata dal vivo da Ray Parker Jr. , non possono fare a meno di sorridere.

gif

È Bill Murray.
È sempre merito di Bill Murray.

Quindi continueranno a mungere soldi da noi bambini alti, finché ne abbiamo, come si spreme un tubetto di dentifricio ormai vuoto o il cazzo del tuo fidanzato se hai sete.

Lo faranno coi reboot oppure con dei sequel di merda fatti molti anni dopo il primo episodio, come hanno già fatto con me con Zoolander II.

Se i reboot sono il pranzo di Santo Stefano, i sequel sono come una scopata con la tua ex: in un periodo di carestia, i bei ricordi possono farla sembrare una buona idea. Ma una volta iniziato ti senti poco a tuo agio, capisci di aver idealizzato il passato e soprattutto ti rendi conto che il cast originale è MOLTO invecchiato.

Perciò, la creatività si è forse estinta?
Non esistono più opere nuove e creative?

Non è così.
Negli ultimi tempi ho trovato molte cose nuove e originali che mi hanno lasciato a bocca aperta.

Film (The Lobster), serie tv (Horace & Pete di Louis C.K.), cartoni animati (Over The Garden Wall), stand-up comedy (Make Happy di Bo Burnham), persino musical (Hamilton).

Opere originali.
Innovative.
Creative.
Bellissime.
Geniali.

Capaci di rapirti, affascinarti.
E per chi ha ancora una minima speranza di vivere di creatività, di spaventarti.
Di mostrarti come esista un livello di genialità a cui è difficile aspirare.
E che magari ti scoraggiano, facendoti capire che tu a quel livello non potrai neanche avvicinarti.

Mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Forse è meglio che si continuino a fare reboot.

dan

 

 

Uff, meno male.

 

Come una partita a “Tombi!”

Posted in Peyotes on 8 aprile 2016 by Mean Cactus

giphy

Uno di miei difetti è che non mi entusiasmo mai.

Non è mai successo, non mi entusiasmo ai compleanni, quando vince la mia squadra del cuore, non mi sono entusiasmato quando ho perso la verginità con una bella ragazza, non mi sono entusiasmato neanche quando poi l’ho persa con una bella ragazza vera e non con un pupazzo di cartapesta che avevo appositamente farcito con lasagne ai funghi e besciamella per avere un effetto più realistico.

Non so se sia una questione di carattere, se sia perché non ho mai avuto niente di cui gioire davvero o più semplicemente perché sono un rompicoglioni ma è sempre stato difficile vedermi davvero contento. E questo ha sempre fatto storcere il naso a chi mi sta intorno, che si fa sempre strane idee su di me credendomi depresso, strano, matto o peggio ancora, vegano.

Qualche giorno fa mi sono laureato, con voto 110/110 e Lode.
E questo mi ha fatto pensare.
Innanzitutto, ho perso tutto quello strano rispetto che provavo verso questo voto.

Suona da sempre così imponente, così fiero.
“110 e Lode”.
Non solo ti hanno dato il massimo, ma ti danno anche una lode.
È come se dopo un pompino, lei ti mettesse sullo scroto un’etichetta con scritto D.O.C.

Immaginavo che per essere laureato con 110 e Lode (no dico, ma sentite che termine potente?) dovessi avere una mente superiore, carisma, non uno come me che continua a scaccolarsi ai semafori.
Quando è a piedi.

(Questa è la parte dove dovrei mettere la mia foto in giacca, cravatta e con l’alloro in testa ma mi è stato detto che vestito così “non sono io”, quindi ecco il disegno di una ragazza che lecca la fine di un trancio di pizza attraverso un glory hole)

Pizza-Scans_Page_301

Comunque, dopo essermi laureato, dopo la cerimonia, dopo gli abbracci e le congratulazioni, mi sono sentito strano.
Non entusiasta, intendiamoci.
Ma strano.
In fondo essere un neolaureato non è nulla di speciale, sei solo un disoccupato che ha meno motivi di esserlo rispetto agli altri.

Però ho provato un senso di vuota soddisfazione, di grigia completezza.
Sono stato (forse anche troppo) premiato dopo anni di (forse neanche tanto) duro lavoro che mi ha portato ad un’ottima (forse nemmeno tanto) discussione davanti alla commissione.
Magari è quel difetto che hanno i traguardi che rincorri per tanto tempo e che una volta raggiunti non sono mai esattamente come li immaginavi.
Se vai a vedere il Grand Canyon noterai che non è affatto maestoso come in cartolina ma è soltanto un merdoso buco per terra.

Credi sempre che raggiungere un traguardo ti faccia sentire realizzato, completo, felice.

Come quando finisci un bel videogioco.
Come quando finisci “Final Fantasy”.
Come quando finisci “Chrono Trigger”.
Come quando finisci “Zelda”.

Io mi sono sentito come quando ho finito “Tombi!”.

Tombi-PS1-cheats

“Tombi!” (titolo originale “Tomba!” in Giappone, cambiato in Europa per l’evidente omonimia con il famoso attore cinematografico e artista polivalente Alberto Tomba) è un platform a scorrimento uscito per Playstation nel 1998.

Per chi, come te che leggi (che sei strafigo/a, che in quegli anni facevi sport, ti divertivi e ti scopavi la babysitter ucraina), non lo sapesse, in quegli anni andava molto di moda la cosiddetta “Modifica” della Playstation che rendeva possibile giocare con i dischi modificati, venduti abusivamente.

(Rendo noto questo fatto in quanto laureato con 110 e Lode e certo che il reato sia caduto in prescrizione)

Questo permetteva a bambini come me di giocare a un numero imprecisato di titoli senza spendere cifre esorbitanti, vivendo in simbiosi con la console Sony, che sono arrivato a ribattezzare affettuosamente “Genitore 3”.

Un giorno in cui, come spesso accadeva, mi riempii le tasche di giochi farlocchi venduti dai marocchini (termine generico e, me ne rendo conto solo ora, un filino razzista con cui chiamavo ogni venditore abusivo di origine nordafricana) mi ritrovai a provare questo “Tombi!”, gioco in cui un ragazzino è costretto a combattere contro un esercito di maiali cattivi ed avidi di denaro, metafora perfetta per spiegare ai più piccoli cosa succede a catechismo.

Questo gioco mi prese subito perché divertente, immediato e coloratissimo.
Ma dopo il primo giorno, notai che non si potevano salvare i progressi fatti durante le partite.
Ci riprovai ogni volta.
Ma niente.
Ogni volta dovevo ricominciare la partita dall’inizio.

Mi piaceva e volevo finirlo, ma non potevo spegnere la Playstation, dovevo ogni giorno partire da capo e finirlo prima di dover andare a letto.
Ogni giorno.
Le stesse cose.
E quando mi sembrava di aver fatto dei passi avanti, arrivava mia madre a dirmi di chiudere tutto perché dovevo andare a scuola il giorno dopo.
Non spegnevo mai la Playstation, non pensavo ad altro, non uscivo, non mi godevo niente, in un torbido e infinito wormhole videoludico.
Ormai avevo perso quella sorta di entusiasmo iniziale, era inerzia, era un peso che mi portavo dietro andando a scuola, a pranzo, a cena e a dormire.

La mia vita universitaria mi ha dato la stessa sensazione.
La fine non arrivava mai, ricominciavo ogni giorno allo stesso modo, non mi godevo niente, ogni piccolo passo avanti veniva ammortizzato dall’enorme cammino che continuavo ad avere davanti, senza intravedere la fine.
Stesso peso, stessa solitudine mentale, mai attenuata dagli altri esseri umani che ho incontrato in questo periodo.

Dopo essermi laureato mi sono sentito soddisfatto, ma allo stesso tempo stanco, svuotato, incredulo.
Proprio come quando ho finito “Tombi!”, dopo un’estenuante maratona in cui il mio unico mezzo di sostentamento erano i Tronky (ennesima cosa in comune con il mio percorso universitario).

E adesso come allora, mi guardo intorno.
Con un po’ di fiatone, le palpebre pesanti e almeno 10 Kg in più.
Come se fossi uscito da una cella criogenica.

Mentre mi rendo conto che il difficile è appena iniziato.
E che se i miei genitori ci tengono al fatto che io mi trovi un lavoro, farebbero meglio a togliermi internet e Playstation.

Il futuro è brutto, sporco e cattivo.
Mi fa tanta, tanta paura.

Però ora si inizia.
Coi curriculum, con le responsabilità, con la vita vera insomma.

Prima o poi bisognava iniziare.
Bisognava iniziare a giocare a qualcos’altro.
Con la tensione e il minimo di entusiasmo che c’è all’inizio di ogni partita.

Spero solo che nel frattempo, siano usciti giochi decenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2t8TFxA

Voglio morire.

 

 

 

 

 

P.S.: Immagino che chiunque legga questo blog (tranne i circa 35.000 in due giorni che l’hanno visitato dopo la querelle con Ezio Bosso, figli di puttana che non siete altro) si sia rotto un po’ il cazzo di leggere pezzi su di me. Dal prossimo tornerò a scrivere racconti e cose non legate alla mia vita.
Che quando non prendo per il culo un disabile, non è mai così interessante.

Ci si legge, 

Dan

 

L’indignazione Pavloviana

Posted in Peyotes with tags , , , on 12 febbraio 2016 by Mean Cactus

dan11
(di @7semola )

Il riflesso pavloviano, o condizionato, è la risposta che un soggetto dà al presentarsi di un determinato stimolo.
Durante una cosiddetta “Fase di condizionamento” il soggetto impara ad associare una reazione ad un preciso stimolo e finita questa fase, arriverà a ripetere questa reazione automaticamente ogni volta che questa situazione si ripresenta.

Nell’esperimento di Pavlov, dei cani reagivano al suono della campanella a cui, durante la fase di condizionamento, era stato associato l’avviso che era ora di mangiare
Da quel momento, quei cani reagiranno sempre correndo verso chi suona una campanella, chiunque esso sia.

C’è il suono della campanella.
La si associa al cibo.
Si corre.

L’indignazione funziona allo stesso modo.

Ci sono dei termini.
Li si associa alla mancanza di rispetto.
Ci si indigna.

Il problema dei riflessi condizionati è che lo stimolo non è contestualizzato.
Se i cani di Pavlov si trovassero alla Camera dei Deputati, correrebbero dal Presidente ogni volta che la suona, anche se lui non ha del cibo per loro.

Cattura

Questo è lo scambio che ha visto protagonista il pianista Ezio Bosso e l’account di Spinoza LIVE, dopo la pubblicazione di una battuta del sottoscritto.
Partendo dal presupposto che la mia battuta può piacere o no, ma che se non ti piace sei una testa di cazzo, credo che ad un lettore attento non possa sfuggire il bersaglio di essa.
Spiegare una battuta equivale a stuprarla, quindi lascio alla sensibilità del lettore il compito di capire che l’obiettivo non era né Bosso, né la sua malattia né i suoi capelli.

La mattina dopo leggo, alle 8, la risposta di Ezio Bosso, rido, la retwitto e rispondo con un oltraggioso

Cattura2

Faccio colazione mentre guardo la mia giornaliera puntata di “Parks and Recreation”, mi vesto ed esco. Sto andando all’università a consegnare l’ultima parte della mia tesi. Il capitolo, appena ultimato, riguarda le reazioni violente del mondo musulmano alla satira religiosa.
Tornando a casa, scopro che loro sono i moderati.

Prima di rientrare mi arriva un sms di un’amica che mi dice

“Preparati al tuo rientro!”

Tristemente, non la ritrovo nuda nel mio letto e quindi apro il pc.

È scoppiata una mezza merda.
Trovando un migliaio di notifiche su Twitter, inizialmente sorrido.

“Finalmente la mia battuta sul film porno ispirato alla vicenda dei Marò ha avuto il successo che merita” penso.

Purtroppo non è così.
Oltre alle migliaia di (meritate) notifiche dovute al tweet ironico di Bosso, c’è una grossa, corposa fetta di insulti verso di me.

7
Cattura
9

Sono solo pochi dei deliziosi epiteti a me rivolti.
Non voglio fare la vittima, la viralità ha un suo fascino in fondo, mi sento un po’ come Belén dopo che hanno diffuso il suo video porno.

Ciò su cui ho riflettuto è il modo, quasi inconscio, in cui una mandria di persone si sono scagliate verso Spinoza (e indirettamente, verso di me).
La battuta è stata pensata per volersi riferire al quel velo di finta empatia che c’è nei confronti dei disabili.

Proprio da questa finta empatia è scaturita un’ondata di solidarietà non richiesta che si muoveva col fioretto dell’augurio di finire in carrozzina.
(Cosa che, mi spiace, ma è già successa. Scusate. Mi dispiace. Scusate)

Tralasciamo gli insulti, ciò che mi ha spaventato è stato il modo di trattare il signor Bosso.
Migliaia di persone si sono mosse in sua difesa, come se non si fosse già brillantemente difeso da solo.

Migliaia di persone si sono indignate per interposta persona, senza scomodarsi nel vedere quali fossero gli ultimi tweet che sono piaciuti al pianista.

3

Il punto  ormai non è più definire cosa è satira o cosa non è satira.
Il punto è cercare di definire il limite della sopportazione altrui.

In fondo, la vera discriminazione è stata questa: un pietismo aprioristico che, senza interpellarlo, ha dipinto Bosso come arrabbiato, offeso e attaccato senza una possibilità di replica.

Il riflesso pavloviano è scattato alle parole “Disabilità” e “Coglione”.
Non importa il contesto, ci si deve indignare.
Non importa la reazione dell’attaccato, bisogna arrabbiarsi.

Non importa che, se vi incazzate per questa battuta, siete voi a non pensare che Bosso non sia una persona come le altre.
O magari è quello che brucia, che una persona disabile non possa essere ironica.

photo_2016-02-12_10-38-31

Il riflesso pavloviano però riguarda gli animali in cattività, continuamente sottoposti a uno stimolo esterno.
Ed è questo che siamo, bestie in cattività bombardate dallo stimolo dell’indignazione automatica, sempre, anche quando non ce n’è bisogno.

Non ho mai nascosto ciò che scrivo dietro il bandierone della satira, visto che a quanto pare nessuno sa cosa cazzo sia, e non lo farò ora.
Mi piace pensare che se si vuole, si possa prendere per il culo un disabile per i suoi capelli.
E che se lui vuole controbattere con un’altra presa per il culo, non lo si tratti come un animale da zoo che ha fatto una capriola, ma come una persona.
Magari dicendogli semplicemente che è un mito.
Con una pettinatura da coglione.

 

 

 

 

P.S. importante: mi è stata concessa la possibilità di spiegare pubblicamente ciò che ho scritto. Ho gentilmente declinato. Prima di tutto perché non ho proprio un cazzo da spiegare. In secondo luogo, è molto difficile che a qualcuno che gestisce un megafono pubblico interessi mettere a tacere una polemica, non ho intenzione di rischiare di essere una macchietta. In ultimo, si parla del nulla. Una battuta apprezzata dal destinatario, con migliaia di persone che si indignano al posto suo. L’unica cosa sensata da fare sarebbe avere 1 minuto in televisione e urlare a chi si è arrabbiato che è una testa di cazzo. Ma purtroppo la proposta era ben diversa.

#JeSuisMeanCactus

http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura … cbec9.html

http://www.repubblica.it/speciali/sanre … 81362/1/#1

http://www.liberoquotidiano.it/news/spe … lione.html

http://democrazy.vanityfair.it/2016/02/11/battuta-spinoza-enzo-bosso-capelli/?utm_source=facebook&utm_medium=marketing&utm_campaign=vanityfair